Radiohead: nuovo inizio o punto di non ritorno?

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Nel pomeriggio del primo maggio, inizia a diffondersi una voce sinistra: i Radiohead sono spariti. Da Facebook. Da Twitter. Da tutti i social, vale a dire dalla realtà parallela con cui noi tutti oggi siamo costretti ad affermare la nostra esistenza. Cancellano ogni traccia del loro passato, ogni post, video, foto; le immagini di profilo e di copertina diventano un total white di beatlesiana memoria. How To Disappear Completely, già. Qualche incauto fan si agita, gli altri capiscono: era annunciato da tempo l’imminente ritorno sulle scene della band di Oxford. Ma perchè cancellare tutto?
In tanti, come il sottoscritto, pensano subito ad una tecnica di ninja marketing, volta ad alimentare il chiacchiericcio con il proprio silenzio; intensificando, cioè, la propria presenza tramite l’assenza. Un po’ come un attention whore che decide di catturare l’interesse altrui disattivando il proprio profilo.
Altri, più sofisticatamente – in maniera legittima e anche arguta, ma avventata – parlano di mossa “politica”, di una guerra all’Internet 2.0, ai suoi colossi e ai suoi dogmi.
Verranno presto smentiti, perchè appena due giorni dopo i Radiohead riappaiono, con due frammenti pubblicati su Instagram e subito ripresi dagli altri account, e qualche ora dopo dall’intero videoclip di Burn The Witch, primo estratto da un disco in quel momento ancora senza nome e senza data di uscita: era dunque una nuova manifestazione del processo di contro-promozione del gruppo, avviato con i blips che accompagnarono la pubblicazione di Kid A al posto dei tradizionali singoli.
Ma c’è dell’altro: il video di Burn The Witch è un omaggio evidente e dichiarato all’horror britannico The Wicker Man del 1973. Nel film, un poliziotto viene chiamato su una remota e misteriosa isola scozzese per indagare sulla scomparsa di una ragazzina. Questa riappare alla festa del Calendimaggio. La band ha con tutta probabilità indossato i panni del personaggio, rendendo più profonda la tattica di marketing. Potrebbe però non essere l’unica chiave di lettura di questa formattazione digitale.
https://www.youtube.com/watch?v=yI2oS2hoL0k

“Oltre il punto di non ritorno. È troppo tardi – il danno è fatto”. In questi versi, tratti da Daydreaming – seconda anteprima e pezzo più complesso di A Moon Shaped Pool – Yorke si riferisce certamente alla rottura con Rachel Owen dopo 23 anni di legame sentimentale; aggiunge subito dopo: “Questo va al di là di me, al di là di te”, e nel finale riecheggia persistente, inquietante, un “Half of my life” al contrario. Le interpretazioni del testo, come sempre, si sprecano, e basta farsi un giro su Genius per trovarne a centinaia.
Ora, immaginiamo per un attimo che il cantante si riferisca invece alla band: anche i Radiohead sono stati, fin qui, metà della sua vita, ed è certamente qualcosa che va oltre l’esperienza individuale delle parti in causa. Nello splendido promo girato da Paul Thomas Anderson, Yorke vaga attraverso stanze e spazi aperti, aprendo una porta dietro l’altra prima di trovare riparo all’interno di una caverna, nella quale infine giace al cospetto di un focolare. Sembrerebbe solo una forzatura vederci la metafora della sua creatura musicale che, dopo tanto peregrinare nei territori sonori più disparati, decide di fermarsi e riposare.
https://www.youtube.com/watch?v=TTAU7lLDZYU

Un illuminante spunto in merito ci viene offerto però dalla teoria che un fan ha postato su Reddit e che lo stesso Jonny Greenwood ha definito “interessante”: in realtà, il frontman attraverserebbe ricordi del passato del gruppo, dal supermercato del video di Fake Plastic Trees al garage delle conferenze stampa di presentazione di Ok Computer, fino alle montagne innevate dell’artwork di Kid A.

Una paranoica caccia all’indizio cominciata non appena è stata svelata la tracklist del disco. Quest’ultima ha presto insinuato in molti (me compreso) il sospetto che potesse trattarsi dell’epilogo discografico dei Radiohead.13179393_10154513911519123_8240407546860863043_n
A balzare subito agli occhi, la chiusura affidata a True Love Waits, un brano datato addirittura 1995, da sempre nel repertorio live della band ma perennemente, ostinatamente escluso dalle prove in studio; una scelta che fa immediatamente pensare ad una chiusura del cerchio. A rincarare la dose, è la constatazione che è solo il caso più clamoroso in una scaletta che presenta solo tre reali inediti in mezzo a materiale in cantiere da tempo e adesso rifinito e riordinato.
Il fatto che, poi, i pezzi siano ordinati alfabeticamente, serve solo a rafforzare l’idea che Yorke e soci abbiano deciso di fare pace con la propria storia, mettere ordine e dare linearità al percorso conclusivo: Everything In Its Right Place.
Lì dove la linearità pare mancare, cioè nella narrazione sonora, subentra la convinzione di trovarsi di fronte ad un pot-pourri di buona parte del loro background, che sfocia in un mood che appare meno tormentato e oscuro che in passato, lungi dall’essere rassicurante ma in qualche modo sereno, dimesso, con un pacifico senso di fine.
Aggiungeteci che la sontuosa (e costosa) edizione speciale conterrà frammenti di nastri master risalenti alle sessioni della band dal 2000 ad oggi, tre quarti di secondo in cui afferrare un’eco familiare.
Infine, un’ultima nota beffarda: l’album è uscito nello stesso giorno di Let It Be, canto del cigno dei Beatles. Una probabile coincidenza che contibuisce a gettare i fans nello sconforto.

A Moon Shaped Pool appare davvero fotografare i Radiohead nell’atto di fare i conti col proprio passato, su tutti i livelli di interpretazione. Sembra quasi il finale di stagione di una serie non ancora rinnovata; un finale non annunciato.
La band ha fatto tabula rasa e messo un punto: per dire addio o per ripartire da zero? Non ci è ancora dato saperlo, anche se, citando The Numbers, “il futuro è dentro di noi, non è da qualche altra parte”.

Claudio Litrico

 

 

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