Radiohead – A Moon Shaped Pool (2016)

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XL

Ogni nuova uscita dei Radiohead rappresenta sempre un evento importante, che fa discutere in ogni angolo del globo. Noi eretici, cresciuti a pane e Radiohead, abbiamo deciso di celebrare l’uscita di questo nono lp, che si inserisce già a pieno titolo tra le loro migliori produzioni, con una doppia recensione. La prima, visionaria e poetica, scritta da Giampaolo De Pietro come stream of consciousness durante il primissimo ascolto dell’album. La seconda, redatta da Marco Salanitri, nata invece dopo svariati ascolti. Due approcci differenti ma dagli esiti piuttosto concordanti.
A corredo due artwork di Stanley Donwood, storico collaboratore della band dal 1994.

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Inizia come uno specchio – esterno – vorticante – inizio – d’ascolto:
riconoscibile – riconosciuto – forse l’opposto di scontato – colonna vertebrale del fiato
violini di stato – basso incontrastato – specchio verso specchio verso specchio –

e poi porte – a caleidoscopio – fino al pianoforte – ancora e forse l’apertura, prima – la prima – rivolta ai sognatori – forse anche ai mai – certo nostalgico cinema – certa camminante vita – rivòlta – specificante – passi – colleganti – porte – àncore – voce a finestre – bassi e pareti – aperture a panorama – panorami ad ouverture – prati fitti trasparsi – stratificarsi d’erba – fili e fili – verdissimi – fino a un autoreverse di significato – per essere smarrimento – dello smarrimento – fino a una luce, ancora – ristrutturante fiato – pulizia di vetro – acqua ad acqua – coro d’acqua – ché non è mai plurale – l’acqua – eppure mare – prima fiume – scatola di lago, altrove – forse – parola ruscello – scatto/fondo – voce che risale – la superficie – la scala lo stesso grado – cosa ne sai, tempo subacqueo – fai fai – scali la superficie – arriva l’arpeggio – fino al tratto – scarno – più che eco – lunga mente – profilo – riecco là, voce da dentro il vetro, al caldo – forse nitido, nuovo – fino a che grado – di materia – l’età:eco – nessuna contata ripetizione o scontata gradazione – a grado – e misura – rivolto/i – grammatura del risultato sonoro – incedere, scolòra – fra le tracce – la traccia, di mano – scompone, la luce – a immersione/rifratto-metro – Ecco, occhi di vetro – eccoli, occhi del vetro – da vetro a vetro – quasi sempre la traccia sei – concede una qualche vanità al risultare – a specificare – di brevità – dichiarazione – Identikit – cosa non volere non voglio non conoscere – cristalli/acquerelli, pozzanghere/no, ruscelli – oro liquido – firmamento a spartirsi – spartito di un frammento – che piano, fermenti – significhi, rarefacendo – sì – corrisposti, corrispondenti – tra influenze – intrinseci – rifacimenti – primi, strappi – lucenti – corrimano – di adesso/e no – monumenti – ripartiti – riaperti – a spaziatura – singola/forma – cinematica – sintesi irriflessa – che coro, o il tempo – che i tempi, un coro – dei – tra i – lineamenti – il farsi e disfarsi – strada – fra generi – uno stop a riva – dai fuochi d’artificio si può pure indietreggiare – riformulare il tempo attuale – come fare – a non considerare sinonimo – aspettare – di vero amore.

Giampaolo De Pietro

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Sarà forse prematuro affermarlo ma ascoltando A moon shaped pool, nono lavoro in studio dei Radiohead, si ha subito l’impressione di trovarsi al cospetto di una grande opera, qualcosa che si manifesta in tutta la sua mole imponente, epica, monumentale, da qualunque prospettiva la si osservi. Si percepisce forte e portante come non mai l’asse Thom Yorke-Jonny Greenwood, settato tra l’inesauribile ispirazione del primo e le doti compositive del secondo, che in questo caso mette a frutto tutta l’esperienza degli ultimi anni come autore di colonne sonore o delle collaborazioni al fianco di rinomati compositori come Krzystof Penderecki.
Come nel penultimo In Rainbows tornano a predominare sostanziali arrangiamenti orchestrali che fanno da collante in questa eterogenea pasta sonora in cui la band di Oxford sembra aver voluto buttar dentro tutta l’esperienza maturata nei precedenti lavori ma senza per questo appesantire o rendere il tutto un cerebrale esercizio di maniera. Tra gli elementi inediti che contribuiscono ad arricchire questo nono lp c’è anche la presenza di un coro polifonico, utilizzato in alcuni passaggi chiave ad enfatizzare lirismo ed eleganza degli episodi certamente più felici dell’opera come Decks dark, The numbers e Present tense.
Ma ciò che primariamente sorprende di questo A moon shaped pool è proprio il non accorgersi della materia composita del disco che muove dalle circonvoluzioni ambient di Daydreaming alle spirali kraut di Ful stop, dal trip-hop ascensionale di Decks dark al folk riverberante di Desert island disk passando per il samba polifonico di Present tense, il dub di Identikit e i minimalismi electro di Tinker tailor soldier. Di fondamentale importanza per questo risultato un lavoro di armonizzazione e omogeneizzazione eseguito con pressoché totale padronanza di mezzi e tecnica da parte della band oltre che il fondamentale lavoro di produzione del sesto Radiohead a tutti gli effetti, quel Nigel Godrich al timone ormai da Ok Computer in poi.
Altro elemento portante appare un lavoro condotto prevalentemente per sottrazione, dove nessun passaggio è urlato, nessuna ritmica è mai invasiva, nessun arrangiamento d’archi troppo barocco, nessuna chitarra troppo preponderante. Less is more. E tutto suona lieve, sospeso, lunare, onirico, in continua dilatazione. Tutto sembra convergere verso la costante ricerca di equilibrio ed armonia tra i vari elementi del disco. Ma non si tratta certo di un processo asettico perché l’effetto è al contrario quello di un magma pulsante e vitale, pieno di anima, di tensione emotiva e spirituale. Yorke sembra avere ancora molto da dire e continua a farlo pervaso da un pathos non indifferente, con la capacità di accedere a una dimensione sempre più intimista e matura. Concede anche un inatteso e insperato regalo ai fan più irriducibili, con quella chiusura affidata a una stravolta versione di True love waits, divenuta una toccante e viscerale ballata per voce e piano, che non aveva mai trovato posto tra i dischi in studio dei Radiohead e che per alcuni si carica di significati allusivi alla fine di un percorso o alla chiusura di un ciclo.
Con A moon shaped pool i cinque di Oxford mettono a fuoco ancora una volta il cospicuo bagaglio di esperienza acquisita sul campo spostando l’asticella ancora un po’ oltre, in una direzione che solo in apparenza potrebbe sembrare un ritorno al classico, con gli innesti elettronici ridotti al minimo indispensabile ma dove in realtà si continuano ad elaborare nuove soluzioni stilistico/sonore con un approccio sempre diverso. Un’opera che sembra fin da subito mettere d’accordo tutti, perfino gli spiriti più scettici, e che suona già come un instant classic, un tassello fondamentale nella discografia della band. Considerata la carriera ormai più che ventennale del quintetto, sfornare un’opera così accurata, che non mostra ancora alcun cedimento o segno di stanchezza non è davvero cosa da poco.

Marco Salanitri

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