Il Club – Pablo Larrain (2015)

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IN LIMBO

“Ma quando si abita in una prigione senza sbarre, la cosa peggiore è che non si ha nemmeno coscienza degli schermi che ci nascondono l’orizzonte; erravo attraverso una fitta nebbia e la credevo trasparente. Delle cose che mi sfuggivano non intravvedevo nemmeno l’esistenza”. (Simone De Beauvoir)

Bisogna guardare Il club in lingua originale. Le parti parlate sono in realtà cantate come un salmo responsoriale, una litania. Che intervenga Sandokan (Roberto Farias) descrivendo minuziosamente i rapporti sessuali con Padre Lazcano (Josè Soza) o che parlino i quattro sacerdoti e la suora, privati dei loro diritti ecclesiastici e relegati in una specie di limbo sulla terra, il tutto avviene al ritmo di una preghiera o di un coro sacro. Pablo Larrain è chiaro: l’umanità è portata all’odio, alla vendetta, alla sopraffazione, all’avidità, al piacere. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la carne. Ogni tentativo di repressione del proprio istinto esplode in forme nevrotiche di soddisfacimento ossessivo compulsivo del desiderio: al peccato si associa il senso di colpa e la paura della dannazione, questo circolo vizioso incatena l’uomo al proprio destino di mortalità contro la promessa di eternità della Chiesa.
Larrain tocca più volte questo nervo scoperto e lo fa affidandosi più alla forza del Verbo che alla durezza di un immagine. Anche se la premessa del film è che, citando la Genesi, “Dio vide che la luce era cosa buona, e separò la luce dalle tenebre”, la fotografia del film sembra procedere in direzione contraria, utilizzando obiettivi “sovietici” (alla Tarkovskj) e creando un effetto flou che dà la sensazione di osservare le cose attraverso un vetro. Rispetto alle precedenti opere Post Mortem e No, l’uso della musica extradiegetica è più marcato con l’apoteosi del montaggio parallelo del sottofinale, sulle note ieratiche de In memoria di Benjamin Britten di Arvo Part. Sandokan riemerge dal passato a ricordare le molestie e gli stupri subiti da bambino: per lui la vita è finita lì, al primo innamoramento per un servo di Dio che ha abusato della sua posizione di dominanza facendogli credere fosse cosa buona e giusta. Adesso non ha più vita relazionale, i suoi rapporti con le donne si risolvono in incontri occasionali in cui mimare un rapporto passivo, disperato quanto impotente. Sandokan è il detonatore di una situazione claustrofobica creata in una casa ai confini del mondo (El Boca sulla costa cilena), avvolta da una luce bluastra che ne esalta l’indeterminatezza, e in cui i diversi personaggi si muovono con motivazioni e sentimenti spesso contraddittori. Sostituendosi al Tribunale Civile e Penale, la Chiesa crea un doppio danno ai presunti colpevoli (pedofili, mercanti di bambini, sostenitori del regime di Pinochet, omosessuali): da un lato non consente la completa espiazione del delitto, dall’altro congela questi poveretti in un cimitero vivente in cui si è perennemente sospesi, rendendoli figure fantasmatiche nascoste per evitare la vergogna.
Suor Monica (Antonia Zegers compagna del regista) e i quattro sacerdoti scomunicati ritrovano un equilibrio molto instabile attraverso una passione comune, la corsa dei cani e l’allenamento del loro adorato levriero, unico essere capace di donare loro affetto e anche un po’ di denaro proveniente dalle scommesse. El Club è quindi una congregazione di emarginati che viene espulsa dalla società civile (una delle regole è non avere alcun contatto con il mondo esterno) ma che, per istinto di sopravvivenza, si ritaglia autoconsolatorie illusioni con quel poco che è concesso. E questo ci induce a sospendere per un momento il giudizio morale e creare un filo diretto empatico con l’orrore e la debolezza, soprattutto quando vediamo il cosiddetto mondo normale (i ragazzi incontrati da padre Vidal in spiaggia, i proprietari dei cani) infierire con violenza sugli uomini creduti colpevoli e quindi vittime di giustizia sommaria, cieca e vendicativa. Qui è la grandezza del film di Larrain, creare un ardito parallelismo tra vittima e carnefice, mostrando che basta un soffio di vento a invertire le parti, i demoni diventano anime in pena, che guardano malinconici la luce del tramonto, immaginando il proprio Purgatorio infinito. Vi sono tre poli che conducono questa tensione per tutta l’opera: da un lato madre Monica, ingiustamente accusata di violenza sul proprio figlio adottivo, che cova un risentimento ancestrale dipinto perennemente in un sorriso finto , dall’altro padre Vidal (il solito immenso Alfredo Castro) che ribadisce la via della salvezza accettando i propri peccati (la Chiesa non può non amare gli omosessuali, li deve riconoscere come figli di Dio) e infine padre Garcia (Marcelo Alonso), investigatore gesuita con profumo alla moda e barba curata, che viene letteralmente sconvolto da quel microcosmo di perdizione e alienazione. E mentre le musiche di Arvo Part ci conducono al climax con il completarsi dell’inevitabile, il “basta così” di Padre Garcia rivela una sorprendente (in)volontaria complicità nel piano ordito da Madre Monica per liberarsi dell’Agnello di Dio. Il finale ristabilisce gli equilibri: il silenzio viene pagato con l’espiazione, il folle deve essere accolto e accudito, solo così El Club potrà continuare ad esistere, fuori dai clamori massmediatici, protetto da quel sistema di potere che preferisce nascondere piuttosto che rivelare. Così i condannati vivranno l’illusione di essere liberi, ma in realtà restano intrappolati in una prigione più grande, i cui confini sono difficili da definire e nella quale i segreti rimangono inconfessabili. In questo limbo di parole opere e omissioni, in questo territorio incerto di paura e desiderio, le tenebre non sono separate dalla luce.

Fabio Fulfaro

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