Bella e perduta – Pietro Marcello (2015)

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RIFIGURARE IL REALE

«Ho imparato a guardare l’Italia contemplando il suo paesaggio dai treni, riscoprendo di volta in volta la sua bellezza e la sua rovina. Spesso ho pensato di realizzare un film itinerante che attraversasse la provincia per provare a raccontare l’Italia: bella, sì, ma perduta. Anche Leopardi la descriveva come una donna che piange con la testa tra le mani per il peso della sua storia, per il male atavico di essere troppo bella.
Quando mi sono imbattuto nella Reggia di Carditello e nella favola – perché di favola si tratta – di Tommaso, “l’angelo di Carditello”, il pastore che con immensi sacrifici ha deciso di dedicare tanti anni della sua vita alla cura di un bene artistico abbandonato, ho visto una potente metafora di ciò che sentivo la necessità di raccontare: dopo la morte di Tommaso, prematura e improvvisa, Bella e perduta – nato inizialmente come un “viaggio in Italia” destinato a toccare altre tappe – è diventato un altro film, sposando fiaba e documentario, sogno e realtà.
Carditello è l’emblema della bellezza perduta e della lotta del singolo, dell’orfano che non si arrende a un meccanismo incancrenito di distruzione e disfacimento; e allo stesso tempo questa storia così radicata nella Storia del nostro Paese indaga un tema, quello del rapporto tra uomo e natura, mai così universale, a ogni latitudine». Pietro Marcello

L’assunto su cui si basa Bella e Perduta di Pietro Marcello è piuttosto singolare e dichiarato sin dalle prime immagini in soggettiva di un bufalo che percorre gli stretti corridoi che lo porteranno alla macellazione. Gli animali provano sentimenti ed emozioni molto simili a quelli umani; quello che facciamo subire agli animali, ogni forma di sopraffazione e violenza, di coercizione e privazione di libertà riflette la nostra mancanza di rispetto per la natura.
La terra non è più madre, ma zona di saccheggio e di conquista, luogo dove eliminare rifiuti tossici come nella provincia di Caserta, dove si erge la splendida reggia del Carditello. Tommaso Cestrone è un contadino che fa il volontario e, a proprie spese, prova a riportare la bellezza in quei luoghi, restaurando interni, ripulendo gli esterni dalla spazzatura e dalla inciviltà dei vandali. Combatte come Don Chisciotte una guerra persa in partenza, tra gli ostacoli della burocrazia e le minacce della camorra. Tommaso è un’anima pura che ancora crede nella bellezza del gesto, rimane coerente nella sua lucida follia di non scendere a patti con l’orrore quotidiano.
Pietro Marcello prova un ardito parallelismo tra lo sguardo neoprimitivo di Tommaso e quello ancestrale del piccolo bufalo Sarchiapone, nome che richiama Il Cunto de li Cunti (1636) di Giambattista Basile e la Cantata dei Pastori (1698) di Andrea Perrucci.
Un ponte tra la terra e il cielo, tra maschera e attore, tra la vita e la morte. L’ambizione è mescolare la cultura popolare con l’erudizione classica, passando tra D’Annunzio e Anna Maria Ortese (omaggiata nella scena della donna che scrive una lettera al Pulcinella dormiente parlando del “pensiero che non può essere che servo della natura”), Federigo Tozzi e Carlo Levi, tra Scarlatti, Donizetti, Bach, Respighi e un’escursione nel neomelodico di Nino D’angelo, fino ai canti della tradizione partenopea. Sull’esempio de Le Meraviglie di Alice Rohrwacher improvvisi squarci surreali sembrano ribaltare il punto di vista del reale in un processo di rifigurazione che consente allo spettatore di ritornare in una posizione attiva nella fruizione dell’opera.
Anche la tecnica è al servizio di questa produzione di senso: il found footage con inserimento di materiale di repertorio come già ne la Bocca del Lupo e Il Silenzio di Pelesjan, l’uso di un 16 mm sgranato che richiama gli affreschi della reggia di Fedele Fischetti e Jakob Philip Hackert, la voce narrante di Elio Germano che ripropone i pensieri di un bufalo che osserva il mondo dal gradino inferiore, sognando uomini con le ali; soggettive impossibili e squarci lirici di rivelazione improvvisa sottolineati da una musica mai strabordante. Il risultato è un pugno in faccia allo spettatore che si aspetta un documentario di denuncia sulla “terra dei fuochi” e si ritrova invece un trattato metafisico in cui l’immaginazione prova a correggere l’irruzione della morte in scena. E sì, perché proprio nel bel mezzo delle riprese il principale protagonista del film, Tommaso, l’angelo custode della reggia di Carditello, muore di infarto. Si apre una ferita, una frattura, difficilmente sanabile. La tentazione di chiudere e abbandonare il progetto è grande. Invece, contro ogni ragionevole dubbio, Il Cinema di Pietro Marcello riporta in vita i morti con l’espediente di una figura Caronte, Il Pulcinella che viene inviato dalle viscere del Vesuvio per salvare il piccolo bufalo ritornato orfano. La maschera napoletana diventa emblema di una spiritualità non religiosa e combina la lezione di Esopo e Fedro con il naturalismo Bressoniano (Au hasard balthazar). Una delle immagini più potenti del film è il Joshua Tree partenopeo che si staglia minaccioso rendendo infinitamente piccole le figure umane.
Il Viaggio in Italia di Guido Piovene si trasforma in una deriva peripatetica da sud a nord che non risolve, attraverso la metafora della fiaba, le assurde contraddizioni della realtà umana. Questo paese, bello e perduto, ha perso definitivamente i contatti con la natura, quella natura che agli occhi di Tommaso e del bufalo, può ancora sembrare un sogno immenso dell’anima. Ma l’anima rimane irrimediabilmente schiacciata dalla corruzione del carattere umano, da una sistematica demolizione di tutto ciò che potrebbe condurci alla verità. Con questo espediente narrativo, come l’Aldo Moro di Buongiorno Notte di Bellocchio, Tommaso può ancora abitare nelle stanze oscure della reggia, può guardare gli affreschi e le mandrie di bufali con l’occhio commosso. Il suo sacrificio fa togliere la maschera a Pulcinella e lo costringe a catapultarsi del mondo, ad amare, a soffrire, a lottare, comunque a vivere fuori dalle favole. Forse non tutto il bello è perduto, il miracolo di Tommaso è resuscitare attraverso la memoria del suo esempio: il ministro Bray apre la reggia ai turisti sottraendola almeno per un momento alle mani della camorra e riconoscendola patrimonio dell’umanità. Umanità che può solo chiamarsi tale se ancora riesce a credere alle lacrime di un bufalo.

“La grandezza di una Nazione ed il suo progresso morale possono essere giudicati dal modo in cui tratta i suoi animali”.
Mahatma Gandhi

Fabio Fulfaro

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