Heaven will wait – Marie-Castille Mention-Schaar (2016)

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Heaven Will Wait
(Le ciel attendra, Francia 2016) di Marie-Castille Mention-Schaar è generalmente presentato come un film sul fenomeno dei foreign fighters, ma non lo è. L’indottrinamento alla jihad subìto dai giovani europei è raccontato, sì, ma è – in fin dei conti – una ‘devianza’ come un’altra rispetto la regolare vita delle vittime.

Ci sono due protagoniste, due adolescenti francesi, Sonia e Mélanie (Noémie Merlant e Naomi Amarger), le cui vicende sono raccontate in parallelo e in senso inverso. Un percorso inizia laddove l’altro si conclude: Sonia ha già sposato la causa islamico-radicale ed è sottoposta a un procedimento di restrizione nella casa dei genitori; Mélanie non mostra segnali sospetti finché non comincia una relazione via chat con un utente che si chiama “Amante della Libertà”.

Qualche dato sul fenomeno, pur trattato. Sono circa 4 mila i combattenti stranieri nell’Unione Europea secondo il Centro Internazionale per il Controterrorismo, di cui circa 680 donne. L’età media è di 18-25 anni, partono per combattere in Siria e Iraq principalmente, e il 30% torna in patria. Quelli che si convertono sono tra il 6 e il 23%, per gli altri c’è ragione di credere che fossero già musulmani. Secondo quanto riportato dal quotidiano la Repubblica, tra il 2014 e il 2015 il fenomeno avrebbe visto un aumento del 70%.

I principali paesi ‘esportatori’ di combattenti sono Germania, Belgio, Francia e Regno Unito. In Italia, secondo il Ministero dell’Interno, sarebbero 87 gli aspiranti soldati partiti tra gennaio 2011 e fine 2015, dei quali avrebbero perso la vita in 18.

Tuttavia alla regista premeva altro. C’è tanto scrupolo psicologico, nelle inquadrature e nella scelta dei dialoghi, e in una delle due vicende principali il dramma coinvolge l’intero nucleo familiare. Si scontrano qui la neo-conversione di Sonia con l’islamicità del padre, la «volontà del Profeta» a tutti i costi contro la salvaguardia domestica. Nessuna descrizione retorica del terrore, nessuno sgomento del cazzo per chi tradisce la patria, i principi della democrazia e si lancia a combattere per una causa non sua. In scena solo vicende private riprese da una mano materna.

Le due giovani attrici sono brave, in particolare Sonia che trasmette tutta la sofferenza della riabilitazione. È l’ossessione che viene rappresentata, religiosa in primo luogo: mistifica e tradisce la fede e la spiritualità, i sentimenti verso gli uomini e verso i familiari, scardina i vecchi punti di riferimento e corrompe i nuovi. «Allah insegna ad amare ma io non ero più capace» confesserà Sonia, giunta a buon punto del suo recupero.

Vero oggetto dell’indagine sembra non tanto l’islamismo radicale quanto la vulnerabilità delle giovani menti, e dei loro occhi – i loro volti immersi nel buio delle stanze, nell’isolamento della loro intimità – illuminati dalle finestre di chat del monitor. Attraverso Facebook Mél viene adescata da un giovane reclutatore che esalta la purezza della ragazza e la contrappone al mondo peccaminoso nella quale ella vive. Le protagoniste sembrano non già preda dei jihadisti quanto della loro stessa solitudine. C’è un disagio generazionale alla base degli eventi che violeranno la vita di Mél, e la propaganda pre-terroristica è un’esca come un’altra.

E poi c’è la dimensione familiare, un gruppo di genitori riunito attorno a una psicologa che spiega loro cosa è accaduto ai loro figli e le tecniche di reclutamento alle quali sono stati sottoposti. Una madre sola, in particolare, e una scena in cui il terrore della figlia scomparsa si declina in rancore verso la stessa: si reca nella cameretta e, in preda a una crisi convulsa e muta, aggredisce gli averi della figlia e mette a soqquadro e lacera i vestiti.

C’è anche il tema del velo, hijab, espressione della conversione delle protagoniste e di altre ragazze: «è come una bolla, mi protegge» racconta una di loro. «Annulla la tua soggettività e ti rende più docile e influenzabile» è la replica un po’ sommaria della psicologa.

L’epilogo è anche un riavvolgimento: mentre una ragazza sembra infine essersi re-integrata, l’altra si appresta a partire. Questo racconto del fenomeno, attraverso due prospettive capovolte, mantiene sempre alto l’interesse dello spettatore; ansia e speranza, ansia e speranza, cicliche e crescenti, tratteggiano le due storie realizzando un’ottima formula narrativa.

Livio Cavaleri

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