To the wonder – Terrence Malick (2012)

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TEMPO E MOVIMENTO

Il Paradosso di Achille e la tartaruga – uno dei paradossi di Zenone più famosi – afferma che se Achille (detto “pie’ veloce”) venisse sfidato da una tartaruga nella corsa e concedesse alla tartaruga un piede di vantaggio, egli non riuscirebbe mai a raggiungerla, dato che Achille dovrebbe prima raggiungere la posizione occupata precedentemente dalla tartaruga che, nel frattempo, sarà avanzata raggiungendo una nuova posizione che la farà essere ancora in vantaggio; quando poi Achille raggiungerà quella posizione nuovamente la tartaruga sarà avanzata precedendolo ancora. Questo stesso discorso si può ripetere per tutte le posizioni successivamente occupate dalla tartaruga e così la distanza tra Achille e la lenta tartaruga pur riducendosi verso l’infinitamente piccolo non arriverà mai ad essere pari a zero. (Wikipedia)

Frammentare. Spezzare. Dilatare l’istante. Confondere lo spettatore. Farlo assistere ad un coro senza dargli la possibilità di distinguere le voci. Togliergli il piacere di sentire/raccontare una storia per lasciarlo travolgere dal flusso di coscienza delle immagini. Se Deleuze fosse ancora vivo scriverebbe un trattato sul cinema di Terrence Malick, sull’armonia tra l’inquadratura, il piano e il montaggio, sul ponte invisibile tra immagine tempo e immagine movimento. L’esigenza spirituale che muove tutto il cinema dell’autore americano preme ai lati dello schermo creando una pulsione interiore che contamina lo sguardo. Immergersi all’interno di un flusso di immagini che rimandano ad altro, che simbolicamente ci guardano, ci ribaltano, provano a dare un senso. Ombra e luce, terra e cielo, finito e infinito.

Il cinema di Malick non si può spiegare dal punto di vista narrativo; non puoi nemmeno isolare una scena e cercare di ricomporre il tutto, devi solo sentirlo, muoverti sulla stessa modulazione di frequenza, entrare in risonanza. Questo cinema è una dimostrazione dell’infinito per assurdo: la mortalità dell’uomo rimanda alla immortalità dello spirito.

Cinema che richiede impegno, dedizione, attenzione. Il lavoro con il montaggio è portato alle estreme conseguenze, l’unico raccordo è il movimento della macchina da presa, laterale o ascensionale. Si passa dai Campi Elisi alle distese di grano dell’Oklaohma in un decimo di secondo, in un brusco raccordo che riduce il tempo a mero oggetto di se stesso. Un cinema che mette insieme Tarkovskij e Godard, miscelando il tempo e il movimento, spezzando la voce narrante in tre flussi di coscienza che non vanno mai in sincrono con le immagini. Sentiamo il prete Bardem parlare con una donna ma lo vediamo inquadrato con un uomo, non sappiamo se le immagini di Mont Saint Michel siano il presente o un ricordo, non capiamo se i pensieri dei protagonisti siano riferiti a un presente complicato o a un passato perduto.

Dobbiamo salire i gradini verso la meraviglia, nel senso che dobbiamo abbandonarci alla sensazione di smarrimento di fronte al mistero dell’universo. Malick usa Wagner, Bach, Gorecki, Berlioz, Haydn, Respighi , Tchaikovsky, Shostakovich e Arvo Part attraverso le interpretazioni di Hanan Townshend per un tappeto volante sonoro ipnotizzante, teso ad evidenziare il calore della luce contro la freddezza dell’ombra.

Se ancora in The Tree Of Life era mantenuta in piedi una pista narrativa e contemporaneamente esplorato il tentativo di creare un ponte tra umano e divino, To the Wonder sembra essere la nemesi dell’opera precedente, poiché arriva a confutarne i postulati, stabilendo una separazione incomprimibile tra umano e divino. Ma se le esistenze sono la somma di attimi, se dilato l’istante avrò l’illusione dell’eterno. Tutto torna e ritorna. Nascita, copula, morte.

Si deve prendere atto della caducità dei sentimenti destinati ad una data di scadenza, corrosi dalla decadenza senile, dall’incessante scorrere degli anni. La pulsione spirituale di Malick si trasforma in immagini cristallo: la marea montante a Mont Saint Michel, le ombre lunghe umane sui quadri e sui muri, la danza come forza vitale irresistibile, gli interni delle chiese, i fasci di luce atraverso le finestre. La “magic hour” al tramonto come filo conduttore di esistenze problematiche, conflittuali, che provano a spostare il limite più in là di quell’orizzonte.

I tre protagonisti ruotano attorno a sé stessi replicando il destino di milioni di altre vite: Ben Affleck, Olga Kurylenko, Xavier Bardem perdono la loro icona da star system per indossare la maschera della solitudine, del dubbio, della depressione, dell’inquietudine. Un uomo si accorge di avere forzato delle scelte e non è né padre, né marito; una donna realizza la fine del proprio amore di fronte alle contingenze e ai problemi economici e ha paura di non potere generare più vita; un prete sente svanire la propria vocazione di fronte ai quesiti terreni: i divorziati possono comunicarsi? Perchè il dolore, la malattia? Cos’è tutta questa sofferenza che come il piombo e il cadmio sembra contaminare la bellezza della natura? Dove è nascosto Dio?

Non credo che Malick voglia fare un sermone cattolico o un’apologia di una qualsiasi religione, il discorso è quello di mostrare attraverso un’associazione fluida di immagini l’impossibilità dell’umano a fermare il tempo, di stabilire un motore immobile dietro lo svolgersi degli elementi. È un po’ il paradosso di Zenone, io posso frammentare, segmentare l’immagine tempo e creare con il Cinema l’illusione di un’eternità: ma il fluire incessante del movimento umano trova purtroppo una fine, una foce, una conclusione. Malick in un circolo infinito da Mont St Michel a Mont St Michel prova con il Cinema una preghiera laica che ci fa guadagnare un po’ di tempo, che rimanda con la bellezza artistica il nostro saldo con la morte. Immagine tempo legata all’immagine movimento, pochi ci avevano provato prima di To The Wonder: avevamo il piano sequenza di Ozu o la destrutturazione della grammatica filmica Godardiana, il montaggio delle attrazioni di Ejzenštejn o lo sguardo contemplativo di Tarkovskij, il cinema classico americano contro gli avanguardisti europei. Alla luce di queste considerazioni, l’operazione di Terrence Malick dal punto di vista artistico e filosofico risulta rivoluzionaria.

Fabio Fulfaro

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