Compagnia Zappalà Danza | Prima catanese di “I am beautiful” al Teatro Massimo Bellini: poetica dei corpi tra minimalismo e psichedelia

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Dopo l’open door di circa un anno fa a Scenario Pubblico, che aveva permesso al pubblico catanese di sbirciare la genesi della nuova produzione di Roberto Zappalà (che vi abbiamo raccontato qui), lo spettacolo I am beautiful ha debuttato ufficialmente il 4 e il 5 gennaio sul palco del Teatro Massimo Bellini di Catania.
Una location insolita per chi ha abitualmente apprezzato i lavori del coreografo catanese a Scenario Pubblico, territorio/residenza della Compagnia. E se per un verso gli spazi dilatati di un grande teatro e la distanza tra pubblico e danzatori sottraggono un po’ di quella potenza d’impatto che si esplica quando è possibile cogliere i dettagli di ogni dinamica, per altro verso l’imponenza della scena amplifica e spettacolarizza l’opera nella sua impetuosa e articolata organicità teatrale.
Il linguaggio del corpo è in continua evoluzione e I am beautiful dimostra come la ricerca coreografica di Roberto Zappalà dialoghi continuamente con questo mutamento nel tentativo, riuscito, di portare in scena sempre qualcosa di diverso. A sorprendere sono stavolta le dinamiche che proiettano immediatamente lo spettatore in una serie di sequenze rapide ed energiche per poi lasciar spazio ad un lungo episodio centrale, lento e minimale, interpretato coralmente dall’intero corpo dei nove danzatori. Passaggio in cui colpisce proprio l’organicità del movimento, laddove i danzatori, uniti in una lunga catena umana senza mai lasciarsi per mano, si trasformano in un unico corpus danzante in cui è protagonista il dialogo delle parti che compongono un tutto armonico. Le scelte di scenografie (un ampio semicerchio di lunghe frange bianche che delimitano la scena in un’unica grande quinta), luci e costumi si rivelano vincenti nel riuscire a enfatizzare con pochi e minimali elementi d’impatto la qualità del movimento per un effetto complessivo di grande eleganza.
Ma a farla da padrona e a determinare un notevole valore aggiunto è la musica, protagonista assoluta insieme alla danza, suonata dal vivo dai Lautari, presenti in scena in postazioni sopraelevate in un vedo-non vedo dietro le quinte come veri e propri deus ex machina. Abbandonato il classico repertorio etno-folk la band dà in questo caso prova di sapersi muovere con disinvoltura in territori ben più sperimentali, dove i suoni si fanno densi, dilatati e ipnotici, porta d’accesso a una dimensione di visionaria psichedelia. Le luci ora acide ora soffuse si riflettono in scena rimbalzando sulle frange luminescenti delle quinte e sulle tute dei danzatori dai riverberi fluorescenti, ricordando a tratti certe indimenticabili coreografie di Merce Cunningham.
Chiude il cerchio la vigorosa sequenza finale, già presentata al pubblico nel precedente open door e finalmente eseguita in tutto il suo potenziale di forza e dinamismo carico di teatralità gestuale che da sempre caratterizza le migliori produzioni del coreografo.
Il lungo applauso finale della platea corona questa nuova sfida della compagnia portata impeccabilmente a termine e sancisce il meritato tributo elargito dal pubblico catanese.

Live report: Marco Salanitri
Foto: Serena Nicoletti

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