Stromboli – Volume Uno

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Acquistai Stromboli, la prima uscita discografica in formato cassetta a tiratura limitata per l’appunto di Stromboli, – al secolo Nico Pasquini, già con formazioni quali His Clancyness e Buzz Aldrin – a una Maple Death Night del 2015 a Bologna, serata di concerti organizzata dalla Maple Death Records (etichetta anche del Pasquini), in cui si avvicendarono sul palco dell’AtelierSì alcuni degli artisti dell’entourage del marchio gestito da Jonathan Clancy. Il motivo dell’acquisto fu l’interesse del qui medesimo per la mirabile performance dal vivo tenuta dal nostro: tra droni, introspezione elettronica, echi, reverberi, chitarra lap steel e una propensione oscura verso l’impasse psichedelica.

Oggi più che mai, a distanza di tempo dal quel concerto, mi ritrovo ad ascoltare con fertile interesse il suo nuovo secondo parto artistico, intitolato Volume Uno. Verrebbe apparentemente sbrigativo prendere la palla al balzo e scrivere che tra le due opere, in termini di ambientazioni e strutture sonore, ci sia poca disuguaglianza. Niente di tutto questo e manteniamo la calma. Il primo disco aveva di per sé un suono meno plumbeo (che qui è tutto un dire), forse più acerbo, e meno focalizzato – rispetto le ultime composizioni- sui reverse loops creati con un Revox A77, presente anche in quella pietra miliare della musica elettronica anni settanta a nome No Pussyfooting di Fripp&Eno. Comunque, rimane ancora un lavoro dal solido impatto “cinematico” straniante e di occulta epica sonora rispetto a quest’ultima release.

stromboli

Dentro Volume Uno invece ci ritroviamo dentro un mondo frammentato, in cui la poca umanità rimasta e ancora pensante vaga meditativa in preda a stasi dominate da un impulso tecnologico convulsivo non meglio identificato. Dove l’atomizzazione degli individui si fa suono, si fa macchina. Un’epopea post-industriale nebbiosa in cui circuiti umanoidi e cuori solitari sono ancora alla ricerca di sensazioni vivide e presenti. Una strenua esplorazione, in lande torbide di bordoni sintetici e devianti loops all’inverso, di una verità sepolta in qualcosa che fu.

Una verità emozionale remota che possiamo rinsavire tra i pezzi di quest’opera esplicante il verbo del kraut kosmische meno penetrabile e dominato dai synth analogici (Cluster e Klaus Schulze per citarne qualcuno), dei This Heat in delirio d’improvvisazione mentre manipolano nastri in un immobile desolato tumido di ricordi, della decadenza ritmica urbana dei Suicide e dei Pink Floyd, come se si fossero innamorati del harsh noise, alle prese con composizioni paranoidi con un Vcs3 in frantumi. Non siamo davanti all’ennesimo disco passatista o retro nostalgico. No, mi dispiace, sarebbe un abbaglio ammetterlo. Bensì, come un architrave tra gli incavi dell’album, rinveniamo dettagli più o meno chiari verso certa ambient techno e dark ambient contemporanea, pensiamo a certi Coil, a The Haxan Cloak e Biosphere.

Pregevole opera. Ben fatto Nico. Buon ascolto.

Paolo Finocchiaro

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