Un canto da custodire: Chris Cornell

unnamed

La voce di Chris Cornell sta invadendo un garage di Seattle, i suoi versi stridenti s’insinuano tra lo scatolame verniciato accumulato in anni non ancora mandati giù, gli anni Novanta, mentre le televisioni accese soffrono la canicola degli eterni pomeriggi estivi. E David Bowie è approdato su Marte da un pezzo, sì. Mentre si spegne una stella, le altre ne disperdono il bagliore. Il Robert Plant di Seattle, l’usignolo in un oceano di rumore: Cornell riusciva a tramortire fulmineo l’ascoltatore ancora non pronto, trascinandolo con potenza catartica dritto in una spirale vertiginosa di suggestioni e spazzatura. Erano gli anni Ottanta quando lo spleen del punk attraversava la California fino e pervadere i luoghi privati di una cittadina destinata a fare la storia: Seattle. I Soundgarden sono stati tra i primi gruppi della scia sonora banalmente chiamata grunge, senza la quale sarebbe impensabile certa musica. Nell’aprile del 1988 Kim Thayil, il loro chitarrista, presentò il ventinovenne Bruce Pavitt a Jonathan Poneman, che si giocheranno il tutto e per tutto per produrre Dry as bone dei Green River (poi Mother Love Bone) e un breve 45 giri dei Soundgarden: Screaming Life. Sulle ceneri di Jimi Hendrix nasce la Sub Pop: quella che sembrava un’intima sommossa tardo-adolescenziale divenne un marchio. Da lì il successo, le prime date, i Nirvana, gli Alice in Chains, i Pearl Jam, Singles, l’amore è un gioco. Seattle divenne una fucina di rumore e la sua ieratica violenza raggiunse l’East Coast della No Wave e Jesus Christ Pose venne censurata da MTV, quando la rete mandava in onda video musicali. Poi, il cinque di un altro aprile di sei anni dopo, un colpo di fucile e una buona dose di eroina misero fine al fenomeno: Kurt Cobain si tolse la vita. Finisce tutto, rimane l’essenziale. John Frusciante esce dal gruppo, gli Alice in Chains suonano il loro indimenticabile unplugged e i Soundgarden dicono “basta”, quando capiscono che quella parentesi non poteva contenere più niente. Le camicie a quadretti rosse e verdi diventavano vergini canotte buone a mostrare un petto scolpito e i capelli lunghi si vergognavano di esserlo stati. Jeff Buckley perdeva la vita canticchiando un ritornello dei Led Zeppelin. Così vicini, così distanti.

«AM I WRONG?
HAVE I RUN TOO FAR TO GET HOME?»

Si era superato il Medioevo o era quello il Medioevo? Layne Staley morì di overdose nel suo appartamento il 5 aprile, come Cobain. In quegli stessi anni, i primi Duemila, Chris Cornell si trovava a essere il cantante degli Audioslave. Cosa c’è da capire? Forse era solo, tutto cambia. Tutto e niente. Lo spessore musicale di quei pochi album firmati dalla band (una sorta di reunion assai simile a quella di Scott Weiland con i Velvet Revolver) è molto alto: sono ri-subentrati gli anni Settanta e l’hard rock, ma Cornell aveva intrapreso già da qualche anno la florida strada solista, quella a cui aprirà definitivamente le porte fino alle collaborazioni con Timbaland. Si era sempre messo in gioco con umiltà, aprendo molte parentesi e sperimentandosi continuamente. Il tempo cambia e i ragazzi non pogano più. Il grunge era diventato un altro pezzo di arredamento, i Nirvana vincevano i Music Awards in piena celebrazione della société du spectacle, a poca gente importava il significato di un black hole sun stipato sul tubo catodico sempre acceso. Quella voce cristallina era inattaccabile: pura. «Black hole sun won’t you come?» spappolava i cervelli lasciando un velo di fascinosa malinconia, sonnecchiava la vita di una patinata spensieratezza. Era la deflagrazione del tempo e della storia, I hate myself and I want to die cantava Cobain. Ci leghiamo a delle icone che ammiccano soltanto a idee, poetiche sull’assenza, ma Chris Cornell era ben altro. Oggi si celebra un’icona, un idolo intrappolato nelle vessate ipocrisie dell’immagine. Con la disinvoltura da quindicenni, quei brani proponevano un’angoscia rimasta inascoltata proprio da quella società dello spettacolo, ma micidiale ed eroticamente “proibita” nei walkman che rombavano nelle orecchie. Si è detto tutto, ma non c’è stato spazio per nuove rivolte. Forse Chris Cornell era rimasto prigioniero di quel cielo in movimento sopra la sua testa? Non si esce vivi dagli anni Novanta. E oggi cosa ne è della nostra piccola storia? Siamo i Millennials certi di raccontarci con i cellulari puntati addosso, come immortala la copertina dell’ultimo The Promise? Abbiamo divorato fino all’osso delle cose dimenticate perché facevano male, come uscire da una pesante sbornia. Certe emozioni si rendono difficili con le parole, basta una foto, un cielo vivido negli occhi o una canzone che passa alla radio a rievocarli e Chris Cornell fa parte di quella storia un po’decadente e un po’ vitale, per sempre.
È arrivata l’ora di fare silenzio e ascoltare. Nel 1990 un’altra “parentesi”: Cornell e i suoi amici danno origine ai Temple of The Dog, a cui si unirà Eddie Vedder. Hanno lasciato questa perla di inestimabile valore ed è così che lo vogliamo salutare. Perdonaci, Chris, se non abbiamo capito o udito il tuo urlo sconfinato e aspettaci, perché la vita non basta a se stessa. Permettici di ascoltarti ancora una volta e di farci sentire parte della stessa grande follia. Non te ne andare da lì, dal ricordo, anche se fa molto male.
Ciao Chris, con te se ne va un pezzo di storia, di vita indicibile.
Cullati dagli ondosi flutti della tua voce e con immenso dolore ti salutiamo.
Per sempre ti ameremo.

Benedetta Spampinato

 

Annunci

2 pensieri su “Un canto da custodire: Chris Cornell

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...