In Zaire – Visions Of The Age To Come

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Sounds of Cobra Records

L’ottagono richiama il significato simbolico del numero otto, nonché l’ottavo giorno susseguente ai sei giorni della creazione e del sabato. Esso inoltre raffigura l’ annunciazione della futura era eterna, la beatitudine del secolo futuro e comporta l’avvento dell’uomo nuovo, della sua rinascita e resurrezione. L’iniziato, dopo aver solcato i sette cieli corrispondenti ai sette pianeti, arriva alla meta (l’ottava) e all’ambita rigenerazione, trasfigurazione, sintomo di un nuovo inizio, su di un piano di coscienza superiore.”

Dopo il più che ottimo debutto in full lenght del 2013 intitolato White Sun Black Sun, già rivelatosi a pieno titolo come uno dei fiori all’occhiello delle composizioni altre del panorama underground italiano, uscito sempre sull’ottima e mai troppo riconosciuta Sound Of Cobra Records, concerti in lungo e in largo in Italia e in Europa tra tour e festival – tra cui menzionare una presenza di tutto rilievo al Liverpool International Festival Of Psychedelia del 2016 – e progetti collaterali e solisti di alcuni elementi della band, gli In Zaire (Claudio Rocchetti: elettronica – Stefano Pilia: chitarra – Alessandro De Zan: basso, voce – Riccardo Biondetti: batteria) riapprodano tra le nostre lande, consegnandoci un’altra prescrizione liturgica di alta materia sonora.

17629684_1456349497769674_8812105631195167467_nLe nuove otto composizioni di Visions Of The Age To Come ci accompagnano catartiche verso un universo psichico ignoto – chi ha detto psichedelico? – dove la ritualità dello sci-fi più iniziatico si compendia con certo space rock hardelico di scuola seventies, Hawkwind e i primi Ufo su tutti, riportandoci alla mente influenze più disparate tra cui anche i londinesi Loop. L’immaginario futuristico di un’Africa atavica e cosmica sposa la regia di un documentario sul krautrock alla corte del più visionario concetto di heavy psych, con aiuto registi i Savage Republic più mediterranei e i Sensations’ Fix di Franco Falsini. Le pulsazioni mantriche e allo stesso tempo magmatiche della sezione ritmica ci evocano la dottrina di certo post-punk etereo, gli assoli, della pregevole chitarra di Pilia, e i cambi di struttura di alcune delle sezioni dei pezzi gridano adesione al culto dell’heavy prog più onirico e dilatato. L’elettronica mai fine a sé stessa di Rocchetti forgia, a pattern e glitch, quel quid in più spazializzando oltremodo tutta la viva e già prospera fantasticheria sonora dei pezzi, cesellando, come onde e particelle luminescenti, tutto l’alveare cosmonauta in partenza dagli anelli di Saturno in prossimità di Nibiru e oltre.

Didascalie e legende pur utili a parte, la musica dell’ultima emanazione degli In Zaire è redenzione caustica, un inno sonoro mordace verso e anche “contro” i tempi odierni. Dilata ed espande la coscienza come rimedio e strumento verso la chiusura grigia e incancrenita del contemporaneo, il nostro. Destabilizza per destabilizzare il nostro spettro quotidiano, aggiunge un varco multicolore oltre l’oscuro presagio del ristretto conformismo a cui assistiamo un po’ increduli. È attacco e difesa reattivi, introspezione esoterica e unità d’intenti essoterica allo stesso tempo. È cerimoniale occulto, è una convergenza di pianeti per la divinazione del futuro e altresì un febbricitante, caldo abbraccio lisergico. Accogliamolo.

Paolo Finocchiaro

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