Synecdoche, New York (C. Kaufman, 2008)

Synedoche

Viviamo tutti in una casa che brucia. Nessun vigile del fuoco da chiamare. Nessuna via d’uscita. Solo la finestra del piano di sopra da cui guardare fuori mentre il fuoco divora la casa con noi intrappolati, chiusi dentro.”
Tennessee Williams

È possibile fare un film che parli del processo della sceneggiatura facendola passare sotto la forma teatrale? È possibile interrogarsi sul mestiere di sceneggiatore come tramite tra vita e arte? E infine il più ambizioso degli interrogativi: è possibile, moltiplicando le possibilità narrative, raddoppiandole, triplicandole, elevandole all’infinito, esorcizzare il destino mortale dell’essere umano? Charlie Kaufman prova, con Synecdoche New York, l’ambizioso gesto di intrappolare tutto il percorso terreno nella scrittura rispondendo ad almeno due delle tre domande (l’ultima non può essere risolta). Si parte da un regista teatrale che prova a mettere in scena la propria vita e si finisce con il deserto del dopo spettacolo in una illuminazione tardiva ghigliottinata dalla parola “muori”.
Scrivere una sceneggiatura potrebbe allora essere teatro non filmato: racconto una storia, mi invento i dialoghi, costruisco i personaggi, posiziono le scenografie, mi preoccupo del suono e dell’illuminazione, dirigo gli attori portandoli ad aderire ai ruoli loro assegnati. Lo sceneggiatore diventa direttore della fotografia e infine regista. Kaufman fa tutto soggetto, sceneggiatura regia e produzione (lascia il montaggio al bravissimo Robert Frazen e la fotografia al lynchiano Frederick Elmes). Kaufman è Caden Cotard. Mentre nella sua vita quotidiana Caden Cotard non riesce a controllare gli avvenimenti (il suo corpo decade e somatizza le più disparate patologie, la moglie Adele fugge con la figlia Olive e l’amante Claire a Berlino per intraprendere la carriera d’artista, Hazel la donna al botteghino che lo ama si vede umiliata e ripudiata, il secondo matrimonio con l’attrice feticcio fallisce anch’esso miseramente, i genitori anziani sono destinati a morire) contemporaneamente le sue paure si proiettano all’esterno, nei fogli di giornale, nei programmi televisivi, nei libri che legge Hazel (Il Processo e La strada di Swann), negli annunci pubblicitari per le strade, nei quadri della moglie Adele, fino ad arrivare al grottesco della casa in fiamme che nell’ Interpretazione Dei Sogni freudiana indica simbolicamente un forte timore per le persone a cui teniamo di più e per noi stessi.
Aiutato da una performance leggendaria di Philp Seymour Hoffman, Kaufman mette in scena questa angoscia di morte mescolando i livelli di immaginazione e creando un senso di spaesamento nello spettatore che credeva di assistere ad avvenimenti reali ma che in realtà si trova immerso in un sofferto percorso di seduta psicoanalitica attraverso immagini in movimento. Ci si infila nel labirinto kafkiano delle possibili vite e non se ne esce più: siamo nella testa di Charlie Kaufman (vi ricordate Essere John Malkovich?) e stiamo precipitando attraverso la sua visione soggettiva paranoica, ansioso-depressiva, derivante dall’angoscia kierkegardiana della scelta. Cotard sceglie di non scegliere anzi per essere più precisi rappresenta tutte le scelte per non preferirne nessuna. Il senso di colpa per un tradimento coniugale, per la propria inadeguatezza, per la stanchezza del proprio corpo. La malattia dei familiari (figlia, madre, padre e amante e moglie) esorcizzata attraverso momenti ironici che stemperano il dramma esistenziale: la richiesta assurda sul letto di morte di Olive, il bigliettino laconico alla donna delle pulizie in cui si dichiara la morte per cancro, la morte per soffocamento della gatta Hazel sul tetto che scotta; il discorso al funerale della madre di un prete che sembra uscito da un’opera di Jonesco. La possibilità di una diversa identità sessuale con la presunta omosessualità di Cotard e il lesbismo di Adele si tramutano nello scambio delle parti uomo-donna nella rappresentazione della rappresentazione. Il tentato suicidio di Cotard e quello effettivamente riuscito dell’alter ego teatrale (un grandissimo Tom Noonan) che rivela una via d’uscita anticipata dal corto circuito di una vita affettiva desolante.

Quindi ritornando agli interrogativi iniziali, certo possiamo riportare allo spettatore un’equivalenza tra la scrittura teatrale e la scrittura di una sceneggiatura e probabilmente è anche onesto dal punto di vista intellettuale provare a cercare di immaginare il mestiere di sceneggiatore come colui il quale cerca di suturare la ferita dello specchio identitario andato in frantumi alla prima seria irruzione di realtà. Ma ad un certo punto la sutura tra vita e arte non può che saltare e riprendere a infettarsi e sanguinare. A differenza di Eternal Sunshine of Spotless Mind che prevedeva un tenue barlume di speranza, Synecdoche, New York non è che il funerale dell’arte come possibile rappresentazione del reale. Né il teatro né il cinema né la pittura possono minimamente riprodurre anche il più piccolo frammento di verità né ricomporre il puzzle impazzito di un processo di depersonalizzazione. La sineddoche non può funzionare perchè qualsiasi tentativo di ricostruzione fittizia dei diversi livelli esistenziali si scontra con il concetto di tempo (7:44 AM sulla sveglia è la prima immagine del film) e il concetto di tempo porta al suo interno il virus non solo del cambiamento della propria posizione nei riguardi del mondo, delle persone che amiamo (amori, amici, genitori) o che detestiamo (magari le stesse nel corso della vita), ma soprattutto della malattia, del decadimento fisico e psichico, dell’invecchiamento, della morte. È un processo irreversibile, fonte di ansia e angoscia infinite, che va molto più veloce di ogni nostro desiderio o immaginazione e che in Synecdoche New York sembra corrodere ogni fotogramma. Charlie Kaufman si arrende prima da sceneggiatore e poi come regista e assume la posizione scettica: i film non possono filosofare semplicemente perchè “death is bigger than life” e i titoli di coda stanno già scorrendo proprio nel momento in cui sei entrato nella sala cinematografica della messa in scena di te stesso. Tutto in un minuto, 7 e 44 e sei vivo, 7 e 45 e non ci sei più.

Synedoche 2

Fabio Fulfaro

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