Sotto lo stesso cielo. Zanne Festival 2017

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Foto: Premananda Das

«Mi piacciono tutti i suoni che sconvolgono le persone, perché sono troppo soddisfatte di sé, ed esistono suoni che le sconvolgono davvero, e ragazzi, c’è davvero bisogno di sconvolgerle e renderle meno soddisfatte, perché il nostro è un mondo terribile: forse a quel punto si daranno da fare».

Sun Ra

Fluidificati dal mite vento d’estate, la scorsa settimana abbiamo preso parte a un evento incredibile. La quarta edizione dello Zanne Festival di Catania si è protratta per tre giorni, a partire dal tramonto, nel suggestivo Castello D’Urso Somma, location imprevista per via della dislocazione dalla pineta dei Monti Rossi. Dalla montagna al mare. Nella dimora medievale l’atmosfera era pervasa dal verde degli alberi e i LED immaginifici illuminavano i banchetti di diversi illustratori e stand di vinili, abiti e libri vintage. Il festival si snodava entro un fil rouge che lega la Germania industrial, la Francia electro-dream e il Belgio techno-synth-space-disco e le scie di contatto tra questi poli magnetici si chiamano New Wave e Krautrock. Insomma, la quiete estiva permeava l’ansia di assistere agli spettacoli dei tre grandi nomi: Einstürzende Neubauten, Air e Soulwax.

Sotto lo stesso cielo

Ad aprire il primo concerto del festival sono stati i londinesi H.Grimace, nati nel 2011, sound vicino al punk newyorkese e un po’ sperduti a causa delle molte persone in fila al botteghino, che hanno reso il loro concerto dispersivo. Consigliato un ascolto solipsista nella propria stanza. Dopo arrivano i Fufanu a rendere l’atmosfera più “Manchester style” (sebbene islandesi) presentandosi come veri divoratori del palco (il cantante Kaktus Einarsson ammicca al pubblico con il suo siciliano mal pronunciato) e ci regalano un quasi interminabile concerto tinto di post-punk revival, strizzando l’occhio a nomi come Strokes, Interpol e Joy Division. Queste sono solo delle coordinate utili per approcciarsi ai Fafanu, nome che ormai abbiamo impresso nella memoria.
Ultima band prima dell’arrivo dei “martelli” tedeschi è quella degli Of Montreal. Figli di Athens e del gruppo Elephant 6 (con cui hanno ben poco in comune) sono sicuramente concepiti come “i belli della festa” per via del parruccone trasformista al microfono, il cantante Kevin Barnes, e il loro sound indie-rock misto a elettronica che allieta il pubblico, mentre degli enormi palloni giganti colorati sovrastano le teste. Arriva il bravissimo staff a preparare l’armamentario necessario per i mostri sacri, che entrano elegantemente a volere dettare il loro credo postbellico e così pesantemente definito industrial, genere di cui proprio i folli membri sono i pionieri. Gli Einstürzende Neubauten hanno suonato i pezzi del loro Greatest Hits e hanno lasciato tutti a bocca aperta. La loro storia è rimasta immutata dal crollo del muro di Berlino, dalla New Wave anni Ottanta e il collettivo può ancora fissare i trapani sulle lamiere. Gli Einstürzende sono il monumento che rimane nonostante i bombardamenti, il rumore che surclassa il rumore. Blixa Bargeld è letteralmente ultraterreno, basta un semplice gesto delle sue mani ad avere il peso di un secolo da scorgere nei plumbei segni del cielo. «You will find me waiting for the spring and summer, you will find me waiting for the fall» e i suoni si ri-empiono (riempirsi di vuotezza, empty) di attesa. Blixa urla alla fine di ogni pezzo e i folli viandanti accanto a lui colmano gli spazi a suon di utensili da cantiere, N.U.Unruh, percussionista inventore, sciorina suoni di strada con estrema dovizia. È un concerto questo? Sì, la musica è possibile con qualsiasi mezzo e in qualsiasi tempo, spazio siderale. «Questa è la prima volta che suoniamo in Sicilia» dice il cantore e fa una certa impressione vederlo riproporre la propria storia in una terra così lontana dal suo contesto. Bela Lugosi’dead, la morte di ogni paura è il sorgere della morte più temibile: la coscienza. Questo reclamano gli Einstürzende, ma per ora godiamoci la chiusura esaltante con Let’s do it da da.

E le vergini suicide?

Il sabato è il giorno della rêverie francese più attesa. Ad aprire le danze sono i The Liminanas, usciti da una colonna sonora di un poliziesco ’70, sembrano non volere finire il loro spettacolo, come dei banditi divertiti e consci del loro anacronismo. Nika Leeflang sorride mentre picchia sul tamburello a mezzaluna e Marie Liminana dimostra le sue enormi doti di batterista. Fujia and Miyagi non sono francesi, ma si inseriscono all’interno del clima elettronico della serata, un po’ come gli Of Montreal la sera precedente, facendo muovere il pubblico già in attesa da un po’. E poi, eccoli lì, nella loro scenografia tridimensionale. Gli Air sono eterei perfino sul palco, minimalisti nella narrazione e nella rappresentazione. Arrivano con i loro mood e wurlitzer e aprono il live con Venus. È tutto così surreale, invece è reale. «I don’t want to be shy, can’t stand it anymore, I just want to say hi to the one I love, cherry blossom girl» e la rappresentazione si erge a metafora, tutto viene cadenzato in grazia. You’re my playground love e proprio in quell’istante vengono riesumate, splendide e languide, le vergini suicide di Sofia Coppola. Gli Air incedono pianissimo su questa terra amara e sui palchi d’Europa, i corpi sinuosi si eccitano a ritmo di Sexy boy e La femme d’argent, con cui chiudono l’opera. I pezzi del duo riecheggiano i primi esperimenti di elettronica europea degli anni Settanta (Moon Safari è letteralmente un album da studiare) e rendono l’atmosfera intrisa di una fascinosa malinconia. Usciamo esterrefatti.

Are you ready?

Con enorme disinvoltura, ammettiamo che la serata più incredibile del festival è stata l’ultima. I Törst, duo salernitano vincitore del contest “Nuove Zanne”, allietano sin dall’inizio la serata con tinte elettroniche e synth ben inserite nel clima dell’evento. Il primo nome della line up è quello dei The Mistery Lights, band di Brooklyn, che spezza la poetica synth della serata, come faranno anche gli Ulrika Spacek dopo. Come i Liminanas stanno alla Francia degli anni Settanta, i Mistery Lights ricordano molto il surf-rock californiano, non riuscendo a scavalcare quel lasso temporale che ci separa dalla baia di San Francisco. Veramente interessanti e assolutamente consigliati gli Ulrika Spacek, spirito originale del nostro tempo nel festival. Sound vagamente Deerhunter e Lotus Plaza, di origine mista a Berlino e Londra (emblema etnico di questo festival), nonostante i problemi tecnici che hanno impedito la perfetta sincronizzazione della strumentazione, gli Ulrika si sono adagiati dolcemente sui cuori dei presenti, disordinati, psichedelici e malinconicamente noise. Nel frattempo, prima del magico live dei Soulwax, un solitario chitarrista mescola suoni gettati a caso in mezzo alla verdura dei LED che illuminano l’ambiente circostante. La scenografia cambia completamente. È l’inizio di una nuova epoca musicale. Dal Belgio con amore, i Soulwax sono stati la vera rivelazione di questo festival. Posizionati in tre celle futuriste, ben tre batteristi miracolosamente coordinati: Victoria Smith, Blake Davies e Igor Cavalera (Sepultura) sorprendono il pubblico attonito. Do you want to get into trouble?: inizia un vero e proprio rave. Le percussioni sono ancestrali e rendono lo spettacolo una ridda incontrollabile a cui tutti sono chiamati, Stephen Dewaele al centro del palco si muove tra mellotron m4000d e rototom drum, mentre un’enorme testa stroboscopica si erge come sfondo sulla scenografia girando su se stessa. È un delirio. Sentire i Soulwax dal vivo ha spalancato un varco.

Un distacco storico separa gli headliner di questo festival, summa tra passato, presente e futuro: un mix di voci emergenti e pilastri dell’Europa postmoderna, postcontemporanea, post cosa? Post. Siamo nell’epoca del Post, post-verità, solitudini post. Mentre si scattano foto, però, si è aperto un varco atto a conoscere quell’inesplorato a cui queste band hanno dato vita attraverso la loro musica e non possiamo far altro che prenderne coscienza e aspettare che arrivi un imprevisto a colmare lo spiraglio. Zanne festival 2017.

Live Report: Benedetta Spampinato
Foto: Premananda Das, Ricky Caruso, Antonio Caia

Day 1

Day 2

Day 3

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