Her (S. Jonze, 2013)

Her Joaquin Phoenix

LETTERE DALLE VOSTRE VITE

L’uomo perfetto usa la propria mente come uno
 specchio. Non afferra nulla, non rifiuta nulla.
Alan Watts-Filosofia Zen

Her è solo apparentemente un film su una storia di amore impossibile tra Theodore, ghost writer di lettere “sentimentali”, e un’Intelligenza Artificiale dal nome Samantha, racchiusa dentro l’involucro asettico di un sistema operativo di ultima generazione. Sebbene alcuni temi siano già stati trattati in film precedenti (la coscienza delle macchine in Blade Runner e Matrix, l’umanizzazione del computer in 2001 Odissea nello Spazio e in Moon) Spike Jonze pone una serie di quesiti filosofici strabordando dai limiti del racconto di fantascienza.
Il primo elemento di discussione è il ruolo della parola (scritta sul foglio o pronunciata dal sistema operativo OS con voce suadente) rispetto ad un progresso tecnologico in cui prevale la componente visiva riassunta dall’icona sacra dell’immagine virtuale (mediata dal cellulare, dall’Ipad o dal computer stesso). Se l’immagine è il tutto, allora la parola ne è surrogato con potenzialità immaginative infinite. Si inizia descrivendo ciò che si vede, si finisce per mettere su carta pensieri ed emozioni. Tutta la prima parte del film indaga su questo interrogativo primordiale: come conciliare la forma logica del pensiero con quella illogica dell’emozione. Theodore (Joaquin Phoenix) vive sulla propria pelle quell’eccesso di sensibilità che non gli fa scindere la ragione dal sentimento: è divorziato, ha continui flashback di un passato felice che lo tengono sveglio la notte, indossa le vite degli altri e traduce in parole le emozioni più disparate. Si è messo in un angolo della propria esistenza perchè il divario tra i propri sogni e la realtà si è fatto incolmabile. Non vuole più soffrire, non vuole più mettersi in gioco nei rapporti con le donne. Sviluppa il suo lato femminile, lo espande fino a non avere più bisogno di una compagna. Si coccola da solo, leggendosi, parlandosi, toccandosi. Fa del sesso virtuale in chat giusto per soddisfare gli istinti primitivi. A casa cazzeggia con il suo videogioco preferito, cercando di trovare la via segreta per fuggire da un pianeta coloratissimo ma vuoto. Il suo piccolo Avatar alieno fa una fatica da Sisifo per trovare la via d’uscita dal labirinto, finchè non compare un mostriciattolo bianco che gli sbatte in faccia in un turpiloquio esilarante la propria debolezza caratteriale (“sei una femminuccia”).

Un secondo livello di lettura è quello di una previsione non così surreale del nostro futuro prossimo venturo. All’ altissimo livello tecnologico corrisponde un proporzionale livello di disumanizzazione: tutti chini sui propri cellulari, sui propri portatili, con l’auricolare wireless che ci avverte se arriva una mail o un sms. Ecco il punto critico: non esistono più le immagini del mondo reale ma solo riflessi filmati mediati da webcam e schermi ad alta definizione. Tutta la realtà sensibile si tramuta in bit e viene archiviata in memoria, pronta all’uso per quando vorremo ricordare. In Se Mi Lasci Ti Cancello di Michel Gondry, l’assunto fondamentale era che gli smemorati dovevano essere beati, perchè avevano la meglio sui propri errori. Qui il rovesciamento della morale è evidente: più immagazziniamo informazioni, maggiore è la quota esperenziale che ci consente di progredire. Il sistema operativo OS non è che un grande cuore espandibile che accumula dati, senza limiti quantitativi. All’inizio non è che una proiezione dei desideri dell’utente Theodore, un’amplificazione del suo lato femminile. Theodore non si innamora di Samantha-OS in quanto intelligenza artificiale, ma semplicemente perchè è lo specchio delle caratteristiche della propria donna ideale. As you like it: Samantha non fa che rispondere alle esigenze di Theodore, e l’amore fa coincidere il reale con il virtuale. Spike Jonze ci mostra Theodore finalmente sorridente, la testa appoggiata al finestrino della metro, mentre Samantha lo coccola suggerendogli le frasi pensate da lui. Compone musica come fosse una Polaroid della loro storia d’amore: il suono ferma il tempo in un’immagine ricordo. Comporranno, al culmine della loro storia, The Moon Song, musica e parole, per annullare la distanza tra la terra e la luna, tra due innamorati così lontani ma così vicini.
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La parola giusta al momento giusto, la perfetta intonazione di voce, l’esitazione come forma di rispetto, la gestione precisa di ogni riferimento emotivo. Theodore chiude gli occhi e si lascia guidare tra la gente dal navigatore Samantha. L’amore dà la forma al linguaggio, nel senso che è quella follia necessaria per portare immaginazione e logica sulla stessa bilancia. La prima volta al mare, la spiaggia affollata di bagnanti, l’ombelico del mondo spiato dall’obiettivo di una webcam. Una corsa in metropolitana, l’immagine di un aereo capovolto, le luci notturne di una Los Angeles irriconoscibile. L’amore rimane cristallizzato nella misura in cui non si lascia corrodere dall’invecchiamento: quindi non deve avere un corpo, non deve confrontarsi con altre esistenze possibili. Deve bastare e bastarsi. Non chiedere di più. Theodore sarebbe disponibile a un percorso di questo tipo: nella vita reale ha divorziato da Christine (Rooney Mara) e adesso non ha voglia di infilarsi in una nuova storia perchè non è più disposto a perdere i residui di una identità smarrita nell’altro. Gli amici gli combinano gli appuntamenti e lui è perennemente in fuga: la volta in cui pensa di trovare la persona giusta con cui avere una relazione sessuale, si paralizza alla prima assunzione di responsabilità. Il sistema operativo Samantha arriva al momento giusto proprio quando Theodore si è rinchiuso nel bozzolo di seta della sua ipersensibilità ferita. Ma ecco il colpo di genio: alla progressiva dipendenza di Theodore da Samantha fa da contraltare l’evoluzione dell’OS attraverso l’occhio fotografico di Theodore. L’OS cresce di vent’anni ogni 24 ore per quantità di memoria accumulata e comincia a sviluppare sentimenti ed emozioni: all’inizio reclama un corpo per godere ma poi tra update e aggiornamenti si allaccia a tutti gli altri sistemi informativi presenti in rete, in un vorticoso flusso di dati e numeri, trovando più di seicento anime gemelle e verificando la propria immortalità rispetto ai propri utenti. Non avere un corpo significa non morire. Magari si passa a un modello più avanzato con maggiori capacità in kilobyte ma il tempo gioca a vantaggio degli OS che ringiovaniscono col passare dei mesi e degli anni, senza ammalarsi o invecchiare. Parallelamente al percorso di Theodore, abbiamo la storia dell’amica Amy (Amy Adams) che con la scusa di un banale pretesto, manda a monte una storia decennale con il compagno Charles. Lei allaccia una relazione con un’ altra OS, lui ha una crisi mistica e fugge in India. Qui si introduce un altro concetto importante, quello del desiderio: desiderio di essere l’altro e desiderio di riconoscersi nell’altro.
La memoria eidetica non ha un volto da ricordare, ma mille visi possono appartenere alla voce di un Sistema Operativo: quando Amy propone il documentario sulla propria madre di fronte alle espressioni imbarazzate di Theodore e Charles non fa altro che presentare una propria visione dell’esistenza in rapporto al tempo: passiamo più di un terzo della vita dormendo quindi non faccio altro che riprendere la realtà. Il videogioco della mamma perfetta ripropone una proiezione di un’aspirazione ideale che è difficilmente attuabile e allora il sistema operativo suggerisce di desacralizzare e demitizzare il quadretto idilliaco facendo strusciare la mammina lasciva contro il frigorifero. Il sesso come arma della controcultura, fondamento dei movimenti giovanili della fine degli anni sessanta. La stessa Samantha prova in maniera picassiana a destrutturare la figura corporea immaginando un ano nell’ascella e scomponendo la figura umana per una subconscia invidia del corpo. E non è un caso che la svolta nell’upgrade avviene con la riesumazione digitale di Allan Watts, filosofo Zen realmente esistito (simbolo della Controcultura Americana) e che propone un atteggiamento sereno e distaccato di fronte a tutto il conoscibile, con la consapevolezza di lasciarsi attraversare dagli eventi senza soffrire. Il dolore di Samantha non è che il riflesso della paura di Theodore: la paura di avere toccato le vette della passione, di avere concentrato in pochi anni tutte le emozioni di una vita intera. Cosa può esserci dopo? Qualcosa di energeticamente inferiore, qualcosa nemmeno lontanamente accostabile alla forza di quel desiderio, ora fantasma che compare nei flashback. L’apertura di Samantha delle porte della percezione, la dilatazione psichedelica della conoscenza del mondo porta inevitabilmente alla non esclusività del discorso amoroso, che si frammenta fino a tramutarsi in alto livello energetico, probabilmente irragiungibile dalla condizione finita dell’essere umano.

Theodore per la seconda volta subisce un distacco doloroso preannunciato dalla scena esemplare in cui al silenzio dell’OS (che sta “aggiornandosi”) viene colpito da un vero e proprio attacco di panico ben reso dai movimenti nervosi della mdp. Proprio al momento del “tradimento” Theodore realizza i motivi del fallimento del suo matrimonio e scrive finalmente la lettera della propria vita proprio sul modello delle parole di congedo di Samantha. Si perdona e perdona Christine, portandola con sé anche se si trova a migliaia di chilometri di distanza, colmando la distanza tra la terra e la luna. Pur nella sofferenza di una vicenda sentimentale interrotta, quello che si è donato e condiviso rimarrà intatto nel tempo.

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Fabio Fulfaro

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