Maisie – Maledette Rockstar

Maisie_MR_copertina-ORIGINALE

Snowdonia Dischi

I Maisie sono tornati. Dare un seguito a un’opera lunga e complessa come Balera Metropolitana ha probabilmente rappresentato per la band messinese d’adozione lombarda la sfida più ardua mai affrontata, portata tuttavia a felice compimento riuscendo, se possibile, a spingersi ancora oltre. Impresa titanica, costata alla band, trasformatasi nel frattempo in un collettivo, nove anni di paziente e maniacale lavoro. Eppure ascoltandone il risultato, questa nuova doppia creatura, Maledette Rockstar (31 pezzi spalmati su due cd/lp per 150 minuti di musica complessiva), viene subito da pensare che il gioco sia valso la candela perché Alberto Scotti e Cinzia La Fauci, insieme agli altri numerosi membri e ospiti del progetto, ci hanno consegnato un’opera-colosso, un corposo compendio malato e visionario della contemporaneità. Opera talmente vasta e complessa per cui il solo tentarne una dignitosa descrizione rappresenta già di per sé una sfida.
Dentro c’è tutto ciò che la band ha amato e macinato in anni di ascolti onnivori, una moltitudine di generi, influenze, contaminazioni che rendono ogni pezzo un mondo a sé stante e perfettamente autonomo senza tuttavia scalfire minimamente l’identità del progetto che rimane solida e immediatamente riconoscibile. La peculiarità dei Maisie sta proprio nel sottrarsi a qualunqe etichettabilità in questo o quell’altro filone specifico abbracciando buona parte dello scibile musicale contemporaneo. La loro firma semmai, quella sì inconfondibile, è piuttosto nel mood sempre obliquo, trasversale, deviato e deviante, nella naturale tendenza all’eccesso quasi barocco, caricaturale, dissacrante, provocatorio, sempre e comunque sopra le righe.
La forza dei Maisie la si trova, oltre che in una straripante creatività, nella capacità di aprire il processo creativo alle collaborazioni, elemento da sempre caratterizzante la filosofia della band ma decisamente sbocciato in pienamente nella composizione di Maledette Rockstar rendendola un’opera corale a 360 gradi. Sono circa 70 i musicisti che hanno gravitato intorno al progetto, alcuni dei quali, come Emiliano Rubbi (qui in veste anche di illuminato produttore), Carmen D’Onofrio, Andrea Tich, Luigi Porto, Donato Epiro, Alberto De Benedetti considerati come parte effettiva dell’organico della band.
Tutto questo ha generato un’opera che in assoluta controtendenza alle mode attuali non si presta ad ascolti mordi e fuggi ma necessita attenzione e che dietro l’apparente osticità iniziale si dischiude ascolto dopo ascolto regalando innumerevoli perle. Vi capiterà così d’imbattervi nel manifesto new age di Benvenuti in paradiso, introduzione a un mondo nuovo, libero da ideologie e pieno di opportunità ma dove la pace diventa angoscia e il silenzio quello di un cimitero. Verrete poco dopo schiaffeggiati dalla schizoide e delirante titletreack, singolone pop d’attitudine punk interpretato da un’agguerrita Carmen D’Onofrio che con irriverente furia teatrale da fuoriclasse ci consegna un irresistibile tormentone. Ma i mondi da attraversare in quest’opera, come si diceva, sono infiniti, dall’hip hop-funk di Dio è morto al rockabilly di Io sono una rockstar, dal folk demoniaco di Folkpolitik a quello giocoso alla Jethro Tull nella tutt’altro che spensierata Dottor Marchionne mi dispiace doverle comunicare che il suo tumore è maligno: le restano al massimo due settimane di vita. Ci sono poi le liquide e oscure trame electro di Donna pesce fino alla no wave dei Maisie primigeni in Un programma politico minimale… E ancora si vola dalla genialità zappiana di Ruderi e macerie #3 agli echi disco di Porno nel liceo degli orrori saltando al punk al vetriolo di Ozzy ha un nuovo pantalone fino alle sincopate pulsazioni elettroniche di Hyperbaric rendez-vous. Nel caso di Vincenzina e il call center potrete addirittura scegliere la vostra versione preferita tra il pop malato della “versione uguale” o la bossa avantgarde che esplode in cattivissima new wave della della “versione diversa” resa eccelsa dall’urticante interpretazione di Alvaro Fella, nome storico della gloriosa scena prog che fu.
Menzione a parte merita Wilma e il diavolo, piccola suite di nove minuti e mezzo divisa in quattro parti ideali, sorta di opera nell’opera che rispolvera il caso di cronaca nera di Wilma Montesi, ventunenne romana ritrovata morta sulle rive di Torvaianica nel 1953, storia riletta dai Maisie su un canone orrorifico a metà strada tra Kubrik e Argento. Altra mezione a parte merita Padre Pio kung fu master, ancora nove minuti ambientati stavolta nel cuore della Palermo più verace che deflagrano in un delirante pastiche di rock, valzer, mandolini, funky, wave apocalittica, techno e botte da orbi tra un redivivo Padre Pio e un impenitente Matteo Messina Denaro con tanto di tifoserie ultras inneggianti e schierate intorno un surreale ring, omaggio all’humor più nero dei Ciprì e Maresco più ispirati.
Ma Maledette Rockstar è anche un gioco di continui rimandi, citazioni e riferimenti, dai titoli delle canzoni più o meno espliciti se non rubati (Benvenuti in paradiso, Dio è morto, Certe notti, Siamo solo noi per citarne alcuni) ai testi con citazioni nascoste qui e lì (il “non giocare con la mente e i suoi tarli” di Siamo solo noi vi ricorda qualcosa?), fino a ritrovare alcuni personaggi celebri: la Vincenzina di Jannacci operaia in fabbrica adesso sbarca il lunario in un call center (Vincenzina e il call center), il celeberrimo di Jurij di Ferretti torna a sparare, stavolta per una rapina in banca (Siamo solo noi) e omaggi veri e propri come al trash dissacrante di Pippo Franco con la giocosa cover di Che fico! In generale colpisce la genialità dei testi, quasi interamente scritti da Alberto Scotti, vera impietosa fotografia di un’epoca di nani, olgettine e bunga bunga party.
Tornando ai numerosissimi ospiti del disco si rimane stupiti, quasi spiazzati inizialmente, di fronte alla scelta di affiancare alle due colonne vocali dell’opera, Cinzia La Fauci e Carmen D’Onofrio, voci sempre diverse per ogni brano col risultato di conferire ad ogni pezzo una cifra stilistica ben precisa. In questo senso un’ultima menzione speciale va proprio a Carmen D’Onofrio, senza alcun dubbio una delle migliori performer della scena contemporanea sia per l’incredibile duttilità vocale che le permette di passare con nochalance dalla lirica al pop al punk, quanto per le spiccate doti interpetative, l’innata teatralità che in quest’opera la consacra istrione punk dalle mille e imprevedibili sfumature.
Che dire infine dell’eccezionale lavoro grafico di Manfredi Criminale? Eseguito con una cura e una maniacalità d’altri tempi che dà bella mostra di sé a partire dalla copertina e proseguendo nel libretto in brossura di 56 pagine contenente tutti i testi e 12 disegni tematici.
Ci sarebbe ancora molto altro da dire su quest’opera mastodontica ma si rischierebbe di annoiare il lettore o di contaminare l’effetto sorpresa dell’ascolto. Maledette rockstar è un’opera senza uguali nel nostro panorama musicale, sono sicuramente serviti coraggio e parecchia follia per mettere insieme tutto questo, dunque prendetela, compratela, regalatela, passatela agli amici, condividetela, moltiplicatela, consumatela in ogni modo possibile. Perdersela o peggio destinarla a qualche sommario ascolto distratto sarebbe davvero un abominio.

Marco Salanitri

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