Dogman (M. Garrone, 2018)

Dogman

Premio come miglior attore (Marcello Fonte) all’appena conclusa 71° edizione del Festival del cinema di Cannes, Dogman di Matteo Garrone è un’opera eccellente. Ambientato in un paesaggio astorico, che è un po’ la Scampia di Gomorra un po’ l’Ostia di Suburra, un po’ una campagna italiana essiccata sulla quale si innesta la bozza di una cementificazione fallita, paradigma di tanta periferia siciliana e italiana. È la creazione scenografica di un originale e intimo far west romanescofono, scandito dal rombo di una motocicletta, prodromo della prepotenza.

Qui Garrone mette in scena la vicenda di Marcello e Simone. Il film trae semplicemente spunto, senza alcuna volontà di ricostruzione, dalla vicenda di cronaca nera occorsa nel febbraio 1988 presso il quartiere romano de La Magliana, vicenda ben ricostruita da Il post. Ma spazio tempo e fatto vengono trasfigurati in una irrealtà dai ritmi assuefatti, dai soprusi scontati, un eterno cantiere dalla faccia grigia come quella dei suoi abitanti. Non uno scenario post-apocalittico, come qualcuno ha scritto, ma un micromondo posto sotto una campana di vetro, sfiorato appena dal boom edilizio e dalla politica, dimenticato, fatiscente eppure in equilibrio, marcio ma non marcescente, che è lì da sempre. Nella finzione, l’affresco di una periferia italiana possibile e spolpata, e una sorta di anno zero dell’Italia afflitta dagli scandali glocal, immaginari e storici, degli ultimi anni (Romanzo criminale, Gomorra, i Casalesi, le inchieste di Lirio Abbate, Suburra, i funerali Casamonica, mafia capitale, la testata di Spada al giornalista Piervincenzi a Ostia…). Un altro film sul fascino del male, ma senza sussulti pulp e senze raffiche di proiettili: come a dire che, staticamente, prima e dopo gli scoop giornalistici, questo sistema c’era e c’è.

Marcello (Marcello Fonte) questo sistema lo vive e ne fa timidamente parte. È il canaro, l’uomo-cane remissivo e prudente che conduce la sua attività di dogsitting. Ha un rapporto di subordinazione e intesa con Simone, bestia feroce e mafioso senza collare né branco, che sniffa cocaina su di una slot machine in pieno giorno eppoi la prende a testate, e nessuno ha il coraggio di farlo fuori. Sono ambedue freak: Marcello macilento e omertosamente candido, divide letteralmente il proprio piatto col suo cane e vive per la figlia di sette anni; Simone, feccia, dal faccione brutale e cicatrizzato, le nocche insanguinate, gorilla empio e pubescente, il quale “soffoca” la madre in un abbraccio coatto per non farsi buttare fuori di casa. Simone vede in Marcello un complice, una preda e un fratello minore, compra da lui la cocaina; Marcello ha bisogno di Simone per grattare qualche soldo in più, sembra inizialmente l’unico abitante del quartiere-rudere capace di tollerare e mitigare la sua violenza, di lui segretamente ammira le abitudini criminali alle quali vorrebbe essere iniziato. Marcello e Simone difficilmente entrano nella stessa inquadratura, perché l’ex pugile è un orso e se ne possono immaginare le reazioni e la sorte; più di un’inquadratura, spesso ravvicinata – quasi a origliare le battute che a tratti sono bisbigli – si riempie con la sola posa scialba di Marcello, e di Simone solo un braccio o la schiena. Perché è il personaggio dell’uomo cane – il quale senza la bestia non esiste, Jekyll e Hyde – a degenerare silenziosamente. L’impercettibile marcire di un personaggio su di uno fondo immutabile. Sebbene le sue espressioni allampanate siano spesso statiche, indeformabili – tranne quando si piglia i pugni o esplode di amore per la figlia – le crepe sono interne, la corruzione invisibile. Il riconoscimento allora va all’anonimato mimetico, alla capacità di Fonte di essere in scena protagonista restando comparsa (così ha cominciato, per caso, da comparsa, passando per Scola in Concorrenza sleale, Scorsese in Gangs of New York, Rohrwacher in Corpo celeste), fantasma. Tanto insospettabile – lo dice la cronaca dell’epoca – era Pietro De Negri, tanto lo è Marcello, tanto sorpredente è l’interpretazione. Altrettanto merito alla scelta di casting.

Nella decadenza del canaro c’è la speranza mesta di un riscatto sociale, una candidatura a freak – così lasciavano intendere le notizie sulla vicenda, ripulita nella lettura di Garrone da tutti quei feticismi seriali che non farebbero invidia a un poliziesco americano – come unica chance di far parte del degrado.

Sventato il rischio di realizzare un ennesimo film sugli antieroi contemporanei, “L’uomo cane” mostra piuttosto l’ineluttabilità della crudeltà, l’affermazione dello spirito attraverso l’omicidio (Dostoevskij), la coscienza infestata dalla stessa ruggine che cosparge l’ambiente urbano. La fotografia di Nicolai Brüel (The Machine, 2013) è cupa, rassegnata, proietta sui volti dei protagonisti le stesse ombre che turbano la loro psiche, sfumando qualsiasi linea di demarcazione tra vittima e carnefice.

Livio Cavaleri

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