Elettracore Festival: cronache dal futuro

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Negli ultimi anni non sono stati molti gli eventi catanesi dedicati alla musica elettronica, proprio per questo l’Elettracore è arrivato come un’energica scossa in una città un piuttosto letargica da un po’ di tempo a questa parte. Una 3 giorni di eventi interamente dedicati alla musica elettronica, dal 4 al 6 aprile, più un’anteprima con doppio live di Tonto e Holiday Inn il 30 marzo. Rassegna fortemente voluta, ideata e progettata dal team del Teatro Coppola con un approccio diverso dal solito, senza le solite promesse di stupire con effetti speciali ma con l’occhio attento di chi si affaccia a una realtà e ne osserva le infinite differenti fisionomie condividendone e collettivizzandone l’esperienza. Esperimento perfettamente riuscito laddove, oltre alla carrellata di band e progetti susseguitisi sul palco, è stata offerta al pubblico la possibilità di cimentarsi nella sperimentazione viva del suono sintetico attraverso l’esposizione di una serie di strumenti, rigorosamente artigianali e analogici, costruiti da alcuni cultori nonché dagli stessi occupanti del Teatro Coppola. Strumenti che chiunque poteva toccare, manipolare, suonare dando libero sfogo alla creatività familiarizzando con synth e sequencer.

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Chi scrive ha avuto il piacere di assistere a due delle tre serate in programma, quelle del 5 e del 6 aprile. Due momenti molto differenti per stile e attitudine delle band sul palco. La serata del 5 è scandita da sonorità rarefatte e minimali a partire dalla performance dell’Impero della luce, progetto veneziano di Johann Merrich ed Eeviac, il cui nome è già tutto un programma. Un set tutto da guardare oltre che da ascoltare proprio perchè protagonista assoluta è la luce profusa da lampade al plasma, lampadine e neon dalle quali, con l’ausilio di alimentatori, laser, magneti e svariati altri elementi non meglio identificati, i due performer tirano fuori sonorità di ogni sorta giocando su frequenze e campi magnetici, componendo in presa diretta una vera e propria sinfonia rumoristica sviluppata in vari moduli, passando da frequenze eteree e ipnotiche a violente deflagrazioni sonore.

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Il secondo live, quello del progetto Tribolo per i ferribò edit #02 – Voci a orologeria, è una produzione del Coppola diretta da Valentina Lupica che porta sul palco, insieme ad Alice Billò e Daniela Ardito, alcune suggestioni del romanzo Horcynus Orca di Stefano D’arrigo. La performance è uno straniante ibrido noir tra teatro, letteratura, canto e naturalmente improvvisazione elettronica, affidata in questo caso a Salvo Fallico e Riccardo Napoli. Colpisce l’utilizzo della voce scandito in canoni e serrati intrecci ritmici che fondendosi con le sonorità elettroniche catalizza lo spettatore in una sorta di trance ipnotica.

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Il gran finale spetta al progetto catanese Accidentale Trio, che porta in scena un magma cosmico, partorito da strumentazioni rigorosamente analogiche, come un viaggio indietro nel tempo di circa un quarantennio sulle frequenze di Ummagumma dei Pink Floyd. Destrutturazione è la parola d’ordine, non c’è spazio per la melodia né per alcun tipo di forma canzone, ciò a cui si assiste è un fluido vagito universale, una densa materia sonora che si espande nello spazio, in viaggio verso mondi lontani e sconosciuti. A enfatizzare il tutto pensa il visual concept di Ext-1 con un cut-up visionario di proiezioni tratte da materiale rigorosamente in VHS (per rimanere in tema analogico).

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Cambio radicale d’atmosfera per la serata conclusiva di sabato 6 aprile. A fugare ogni dubbio pensa l’opening del progetto palermitano 1 9 9 9, one man band dall’identità segreta, che trasforma immediatamente la platea del Coppola in un dancefloor a colpi di sofisticata techno in bilico tra house e minimalismo, ed è subito Berlino. Anche in questo caso il live set si sviluppa ancora una volta su strumentazione analogica, elemento che è quasi una costante di tutte le esibizioni dell’Elettracore.

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Ad aumentare il voltaggio di beat della serata pensa il progetto Francesca97 con un dj set che definire hip hop sarebbe riduttivo, si spazia dalla techno al dubstep con improvvise incursioni orientali per approdare infine al metal. Un mix letale che scioglie definitivamente le briglie al pubblico che assorbe ogni pulsazione e la sputa fuori in energia cinetica.

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Infine, last but not least, torna protagonista sul palco (dopo il bell’exploit di Werto della prima serata che purtroppo ci siamo persi) la 8-bit music con Fabio Bortolotti aka Kenobit. Per scatenare l’inferno basta un semplice Game Boy, nota console per videogiochi rivelatasi da qualche anno a questa parte un’ottima piattaforma per composizioni e live set musicali a base di onde quadre. Kenobit ci butta dentro un’attitudine punk, a petto nudo sul palco urla e balla incitando il pubblico a scatenarsi mitragliandolo dalla sua console a colpi di sigle di cartoni animati riveduti e corretti in salsa techno-8-bit e molto altro. Si va da Georgie a Ken il guerriero, passando per i canti partigiani (Fischia il vento) arrivando a qualcosa che ricorda molto da vicino Bach (Fugue in Chip minor). Il degno finale arriva sulle note di Twin Peaks con la celebre sigla, sempre in versione 8-bit, della serie cult che ha inquietato intere generazioni.

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Si conclude così una tre giorni di musica densa e sorprendente che lascia intravedere quanto ampio e contaminato possa essere il mondo dell’elettronica, in continua evoluzione e pieno di possibilità. Una boccata d’ossigeno per una città in piena asfissia culturale.

Live Report: Marco Salanitri
Foto: Giovanni Tomaselli

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