Adieu, Maestro

Franco-battiatoSi spegne oggi, all’età di 76 anni, Franco Battiato. L’Eretico su Marte non sarebbe mai esistito senza il Maestro.  La redazione ha voluto, così, dedicargli dei piccoli ricordi. Il mondo non sarà più lo stesso senza di lui.

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Come l’Etna e la sua cenere, era costantemente parte di noi, e lo sarà per l’immortalità. Lo respiriamo, lo ascoltiamo, lo viviamo, Franco Battiato. I suoi concerti al chiuso, nelle piazze dei paesi etnei durante le feste, gli incontri all’università e le sue riflessioni sempre opportune, oneste e dirette. L’ars poetica della sua musica, l’eternità del Maestro è incommensurabile, profonda e viscerale come il mare siciliano e intensa come il nero degli scogli di Catania. La stranizza d’amuri e quel sentimento nuevo che ci schiariscono il cammino, come lucciole, sono un mantra. Il vissuto e il senso di comunità rivolto al Mediterraneo, al Maghreb e al Medio Oriente. Il live a Beirut, le sigarette turche e gli alberghi pieni di Tunisi. La ricerca e la storicità delle storie private narrate, i film di Ėjzenštejn sulla rivoluzione e i treni di Tozeur, che riecheggiano i villaggi di frontiera. Una presenza continua, i suoi consigli di valore sulla musica ai giovani artisti e sulla vita. “Gli farò ascoltare la tua musica, se sarà possibile, lui è molto malato al momento”, ho ascoltato rivolgere queste belle parole, di recente, a una persona a me molto vicina, da parte di qualcuno che conosceva bene il Maestro. Ma questo incontro, purtroppo, non avviene, almeno non in questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità.

Battiato fu uno dei primissimi a iniziarmi alla musica. Da piccola, quando mia zia e mio padre mettevano su i suoi cd e i suoi vinili. E non puoi fare a meno di pensarlo, di ammantarti dello splendore della sua musica, mai. Nel tempo in cui sei sulla littorina e mediti osservando il paesaggio che ti avvolge, nelle sere estive in un cinema all’aperto di Catania con No time no space in apertura, quando passeggi per le vie di Tunisi, dove mi trovavo recentemente, ripensando ai racconti del Maestro. Francuzzo, eravamo soliti chiamarlo.

Keep your feelings in memory.

Ci mancherai tanto, Maestro, ma ti verremo a cercare, sempre, perché stiamo bene con te, perché abbiamo bisogno della tua presenza, infinita.

Emanuela La Mela

Era il 2016, senza saperlo uno degli ultimi live. Quando dopo l’ennesimo brano e mentre era adagiato sul suo tappeto vestito di rubino mi si scaraventa addosso una sorta di consapevolezza epifanica dalla sua musica.

Prima credevo – e in realtà penso che ancora molti ne siano convinti – che Battiato sia un tipo che abbia avuto sempre un’attitude naïf con la propria musica. Una cosa che nel momento in cui ho accettato di godermi, ho capito fosse la chiave per comprendere tutto e varcare una soglia: “La Cura”. Un testo di una semplicità emotiva così estrema da ridurmi a cogliere l’essenza di un sentimento, da farmi piangere, da lasciarmi nel totale disarmo.

Concettualmente il tutto si riversa in arrangiamenti spaziali. Questa cosa già l’ho scritta da un’altra parte e la ripeto: Franco Battiato è “un tempo in alto” sopra tutti.

Emanuela Platania


Il senso di perdita che provo è inenarrabile. Non riesco a trovare parole adatte per descrivere la notizia della scomparsa di Franco Battiato su questa terra, non voglio definirla “triste” perché non so se il Maestro (anche se mal tollerava essere chiamato così) avrebbe  sentito consona tale definizione per un così naturale passaggio come quello dalla vita umana a un’altra.

Ho avuto la fortuna di vedere Battiato dal vivo fino al suo ultimo concerto a Catania: era la Messa arcaica cantata in uno dei luoghi che lo rendeva più simile a se stesso: il Teatro greco-romano. Una volta, non ricordo se quella sera, disse che si sarebbe portato La cura fino alla tomba, tante erano le volte che gli veniva chiesto ripetutamente il bis per quel pezzo. Lo ricordo ancora al funerale di Manlio Sgalambro dietro di me: il suo viso, il grande naso, i Rayban. 

Talvolta abbiamo immaginato come sarebbe stato questo giorno fino a quando non è giunto senza fare troppo rumore invadendo i display dei nostri cellulari: Franco Battiato non è più qui, anche se da qui è passato lasciando un’indelebile impronta che solo agli illuminati è concessa.battiato-roby-il-pettirosso

Quando ero sul punto di venire al mondo, mio padre ascoltava La voce del padrone in auto facendo la spola tra casa e ospedale. Con gli anni compresi il motivo del mio “sentire ancestrale” a ogni ascolto di Summer on a solitary beach, che è per me la canzone dell’origine, Fetus, tanto per usare il titolo di un suo album. Tanti sono i ricordi in cui si son cantante le sue poesie, commentate in viaggio, a casa, nei pensieri mentre ci muovevamo su “rotte in diagonale dentro la Via Lattea”; e poi gli amori perduti, le parole non dette, quello che non si vede e si cerca di esprimere e Franco sempre “lì”, un’eco lontano riecheggiante commercianti punici con Cine e bicilette di Shangai dentro, una voce che ascolta e spiffera sentimenti impopolari, un essere tanto etereo quanto alieno che ha cantato stati interiori umani e non umani e lo ha fatto con un’intensità altissima. Per questo diceva che oggi siamo malati, perché non sappiamo ascoltare. Franco c’è sempre stato, come tutte le cose importanti è fuori dal tempo. No time no space. 

Ciao Franco, ti voglio bene. 

Sei e sarai sempre importante. 

Benedetta Spampinato

“I tamburi annunciano un temporale, il maestro è andato via” cantavano Colapesce e Dimartino in Musica leggera appena qualche mese fa. A voler ricondurre quelle parole a Franco Battiato le si direbbe profetiche, il temporale è arrivato davvero, ma forse il Maestro si era già congedato da un po’. Con garbo ed eleganza aveva preso silenziosamente congedo dalle scene da qualche anno, ma non prima di aver fatto un ultimo prezioso regalo ai tanti estimatori, quell’ultimo inedito Torneremo ancora, un commiato perfetto, un arrivederci dettato probabilmente dalla piena consapevolezza di ciò che stava manifestandosi poco prima dell’oblio.

Oggi siamo tutti un po’ più tristi, dirsi addio è sempre insopportabile, eppure più del dolore della perdita rimane qualcosa di più forte, un grande insegnamento che Franco Battiato ci ha consegnato: che la morte è soltanto una porta da attraversare per accedere ad un Altrove ancora, ancora e ancora “fino a completa guarigione”. Un messaggio interiorizzato, sviscerato e pervicacemente perseguito nella totalità della sua opera, messo in essere in forma di canzone, di film o di letteratura. Il culmine di questa riflessione è stato raggiunto nel docu-film Attraversando il bardo (2014), uno sguardo approfondito sul modo in cui certe culture, quella buddista in primis, accompagnano e preparano l’individuo ad affrontare la morte.

Non sappiamo come il Maestro abbia fronteggiato la sua ma ci piace immaginare che la grande consapevolezza che ne faceva la sua grandezza l’abbia condotto ad un graduale allontanamento da questa vita come un lieve e graduale disincarnarsi fino alla completa evanescenza. Più che un morire un ascendere.

Buon viaggio Maestro

Marco Salanitri

Immagini dal sito battiato.it

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