IOSONOUNCANE – Ira

È difficile spiegare con parole cosa rappresenti, nella sostanza, un lavoro come IRA. Andando per libere associazioni lo si potrebbe definire un magma, una nebula, un grande maelstrom che ha assorbito, scomposto, destrutturato tutto ciò che il lavoro di Jacopo Incani ha fin qui rappresentato ma senza ricostruire il tutto secondo un ordine preciso. Lo si potrebbe quasi definire come un’opera aperta, dove tutto fluttua, rimane sospeso come in assenza di gravità o come qualcosa di cui è difficile individuare un principio e una fine come in una rappresentazione escheriana.

IRA è qualcosa in cui ogni tassello (definirlo semplice “canzone” sarebbe alquanto riduttivo) ha una semantica di volta in volta ricomponibile in base alla prospettiva da cui lo si osserva. Tutto sembra volutamente sfuggire, non lasciarsi facilmente identificare o classificare, poco o nulla tende ad assecondare l’ascolto secondo la concezione classica di armonia, in tal senso l’approccio di continua destrutturazione di un sistema ormai abusato sembra fare eco alla scuola schoenbergiana e alle avanguardie dei primi del Novecento.

IRA è un’opera contemporanea soprattutto nel rendersi specchio dell’implosione sociale, culturale, ambientale di questo tempo che sembra spingerci verso un baratro ormai ineluttabile. È una narrazione gotica e apocalittica, dove i toni sono sempre notturni e anche quando s’intravede una parvenza di luce essa appare filtrata, come osservata da un fondale marino, sensazione suggerita ad esempio dall’ascolto dell’opentrack Hiver, non a caso, inverno. Molte di queste atmosfere rimandano alle ultime cupissime opere di Scott Walker, dai funerei tappeti sonori (Ashes, Hajar, Sangre) all’uso percussivo della sezione ritmica (Ashes, Hajar, Niran, Prison).
Un quadro in cui s’inseriesce l’uso di ogni singolo suono e soprattutto della voce, mai messa in primo piano ma che arriva sempre come un eco o filtrata, sporca, come qualcosa di lontano e sotterraneo, quasi a voler suggerire un pescare in acque profonde, inconsce e primordiali. Aggettivo, quest’ultimo, perfettamente adatto a definire la sostanza e la ricerca di questo lavoro, come uno scavo continuo fino al ritrovamento di una sorgente tanto vasta quanto indefinibile.

IRA è dunque un viaggio attraverso universi, dimensioni sconosciute, un salto verso mondi inesplorati che non si preoccupa delle conseguenze ma la cui propulsione gli deriva dalla costante sete di ricerca.

IRA è infine un’opera corale, scritta, pensata e cucita sulle peculiarità di ogni singolo musicista al quale Incani ha chiesto di prenderne parte (Serena Locci, Simona Norato, Mariagiulia Degli Amori, Amedeo Perri, Francesco Bolognini, Simone Cavina, Bruno Germano). La coralità è sempre in primo piano ed è assolutamente evocativo ascoltare i complessi intrecci vocali in pezzi come Hiver, Foule, Niran, raggiungendo il culmine disturbante e dadaista di Prison. C’è inoltre la ricerca di un linguaggio universale in cui s’inquadra la scelta coraggiosa di abbandonare l’uso dell’italiano per abbracciare ben cinque diverse lingue (francese, inglese, spagnolo, arabo e tedesco).

IRA è senza alcun dubbio un’impresa monumentale e coraggiosa per la mole di spunti e idee che elabora, per il suo attacco dichiarato al sistema pop-radiofonico-edulcorato, per la vastità di scenari che dischiude all’immaginario (è certo che molti registi cercheranno Incani come compositore per produzioni cinematografiche), per l’abbandono di ogni porto sicuro alla ricerca di nuovi approdi, per il tentativo di elaborare un linguaggio inedito e universale al contempo.

Marco Salanitri

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