Game of Thrones 8×01: Winterfell

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I lupi riuniti sotto ali di drago

Si è fatta attendere. La prima puntata, dell’ottava e ultima stagione di Game of thrones corrisponde, nelle parole stesse dei suoi autori, a un «ritorno alle origini», ai luoghi e ai modi in cui tutto cominciò.

Il ritmo narrativo torna a essere posato e analitico, dopo gli eccessi di impazienza delle ultime due stagioni, precisamente scandito come la marcia dell’armata di Daenerys su Winterfell. Questo arrivo apre la puntata, ed è osservato dal punto di vista di un giovanissimo popolano che si muove e si arrampica con la stessa curiosità del giovane Brandon (Isaac Hempstead Wright) della prima serie, adesso rigido nella nuova posa ascetica che lo consegna al ruolo compiuto di veggente. Tutti i personaggi, tutti appaiono più maturi, ciascuno nel suo ruolo, invecchiati e stanchi della gravità del tanto trascorso, dell’epilogo che intravedono insieme agli spettatori e del congedo che a essi chiedono. Sansa (Sophie Turner) per cominciare, la protagonista più puerile eppoi tra le più sofferte della serie, è infine una regnante fatta, algida e scettica.

La puntata si svolge ampiamente nel Nord, con l’arrivo di Daenerys (Emilia Clark) e Jon (Kit Harington), così come accadeva nella prima stagione con Robert Baratheon e Cersei, accolti dagli Stark. E la stessa «famiglia» di Ned si riunisce infine, e dopo cinque stagioni torna a esser tale nelle parole di Arya (Maisie Williams), e si contrappone ai Lannister, il cui fronte è isolato e coincide con la sola figura di Cersei. Qui Lena Headey, l’attrice forse più valida per il personaggio più impegnativo dell’intera serie, mostra intatta la sua cruda alterigia ma è invero maschera di una solitudine emaciata, i cui contorni si staccano dallo sfondo di una corte spoglia e in penombra. Se gli Stark, dopo anni di agonia si sono ricongiunti, i Lannister in quanto casata (che altro poi non è in fondo mai stato) sono a rischio estinzione, salvo forse per il seme di un pirata che intende corrompere ancor più, se possibile, il loro codice genetico. Cersei ben di rado si è lasciata andare a sussulti nel corso dell’intera serie, ma in questo episodio lo fa ben due volte: quando accetta il Greyjoy (Pilou Asbæk) nelle sue stanze, e quando lo stesso annuncia che vorrà dentro di lei il suo discendente principe-pirata; ma prima che la di lei fierezza si sgretoli, il montaggio le soffoca il principio di pianto.

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Su al Nord è occasione di ricongiungimenti ormai insperati: Sansa e Tyrion (Peter Dinklage) furono coniugi indesiderati e solidali; Jon e Arya, il cui ritrovato abbraccio era ed è uno dei rari fulcri affettivi di un mondo vitreo; Bran e Jaimie (Nikolaj Coster-Waldau), dal cui incontro scaturirì la guerra “delle rose” tra lupi e leoni. Tutto così come era cominciato. Sono incontri di poche battute, spesso giocati su corrispondenze di sguardi congelati in una tensione psicologica. La violenza e l’amarezza, le scelte vissute e il destino a cui attendere, li conoscono tanto i personaggi quanto gli spettatori, e gli stati d’animo sono tutti interiorizzati come accadeva nella prima stagione. Jon appare ancora una volta indeterminato nella recitazione come nell’adempiere al suo compito: guardiano della notte suo malgrado, risorto suo malgrado, re nel nord ed erede al trono di ferro suo malgrado; diviso tra la famiglia riunificata e il posto al fianco di Daenerys, non sceglie la politica ma l’amore. Jon e Jorah restano gli unici a lottarvi.

Livio Cavaleri

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Dogman (M. Garrone, 2018)

Dogman

Premio come miglior attore (Marcello Fonte) all’appena conclusa 71° edizione del Festival del cinema di Cannes, Dogman di Matteo Garrone è un’opera eccellente. Ambientato in un paesaggio astorico, che è un po’ la Scampia di Gomorra un po’ l’Ostia di Suburra, un po’ una campagna italiana essiccata sulla quale si innesta la bozza di una cementificazione fallita, paradigma di tanta periferia siciliana e italiana. È la creazione scenografica di un originale e intimo far west romanescofono, scandito dal rombo di una motocicletta, prodromo della prepotenza. Continua a leggere

Her (S. Jonze, 2013)

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LETTERE DALLE VOSTRE VITE

L’uomo perfetto usa la propria mente come uno
 specchio. Non afferra nulla, non rifiuta nulla.
Alan Watts-Filosofia Zen

Her è solo apparentemente un film su una storia di amore impossibile tra Theodore, ghost writer di lettere “sentimentali”, e un’Intelligenza Artificiale dal nome Samantha, racchiusa dentro l’involucro asettico di un sistema operativo di ultima generazione. Continua a leggere

Synecdoche, New York (C. Kaufman, 2008)

Synedoche

Viviamo tutti in una casa che brucia. Nessun vigile del fuoco da chiamare. Nessuna via d’uscita. Solo la finestra del piano di sopra da cui guardare fuori mentre il fuoco divora la casa con noi intrappolati, chiusi dentro.”
Tennessee Williams

È possibile fare un film che parli del processo della sceneggiatura facendola passare sotto la forma teatrale? È possibile interrogarsi sul mestiere di sceneggiatore come tramite tra vita e arte? Continua a leggere

Apocalypse Now (F.F. Coppola, 1979)

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Liberamente ispirato dal famoso romanzo (1899) Heart of Darkness di Joseph Conrad, Apocalypse now può essere considerato “l’opera mondo” di Francis Ford Coppola. Uscito nel 1979, sulla scia di altri due acclamati film sulla sventurata guerra in Vietnam, Tornando A Casa e Il Cacciatore, ebbe molta fortuna in Europa con la Palma d’oro a Cannes ma divise la critica americana. Pur avendo ottenuto ben nove nominations, portò a casa solo due Oscar, quello per migliore fotografia (Storaro) e quello per migliore sonoro (Murch). Continua a leggere

Shining (Stanley Kubrick, 1980)

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LA TEORIA DEL BUCO NERO E L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI

Un buco nero è una regione di spaziotempo all’interno della quale la gravità è talmente intensa da impedire la fuga di qualsiasi forma di materia ed energia, compresa la luce. L’orizzonte degli eventi è la prima strana caratteristica di un buco nero: contrariamente a quanto accade sulla terra dove l’orizzonte dipende dall’osservatore, l’orizzonte di un buco nero è assoluto, non dipende dalla distanza dell’osservatore. Rappresenta il limite di un buco nero e divide nettamente gli eventi in due categorie: quelli che accadono al suo interno e quelli che accadono al di fuori di esso…”
(Giancarlo Bernardi  – I Buchi neri)
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To the wonder – Terrence Malick (2012)

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TEMPO E MOVIMENTO

Il Paradosso di Achille e la tartaruga – uno dei paradossi di Zenone più famosi – afferma che se Achille (detto “pie’ veloce”) venisse sfidato da una tartaruga nella corsa e concedesse alla tartaruga un piede di vantaggio, egli non riuscirebbe mai a raggiungerla, dato che Achille dovrebbe prima raggiungere la posizione occupata precedentemente dalla tartaruga che, nel frattempo, sarà avanzata raggiungendo una nuova posizione che la farà essere ancora in vantaggio; quando poi Achille raggiungerà quella posizione nuovamente la tartaruga sarà avanzata precedendolo ancora. Questo stesso discorso si può ripetere per tutte le posizioni successivamente occupate dalla tartaruga e così la distanza tra Achille e la lenta tartaruga pur riducendosi verso l’infinitamente piccolo non arriverà mai ad essere pari a zero. (Wikipedia) Continua a leggere

Bella e perduta – Pietro Marcello (2015)

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RIFIGURARE IL REALE

«Ho imparato a guardare l’Italia contemplando il suo paesaggio dai treni, riscoprendo di volta in volta la sua bellezza e la sua rovina. Spesso ho pensato di realizzare un film itinerante che attraversasse la provincia per provare a raccontare l’Italia: bella, sì, ma perduta. Anche Leopardi la descriveva come una donna che piange con la testa tra le mani per il peso della sua storia, per il male atavico di essere troppo bella.
Quando mi sono imbattuto nella Reggia di Carditello e nella favola – perché di favola si tratta – di Tommaso, “l’angelo di Carditello”, il pastore che con immensi sacrifici ha deciso di dedicare tanti anni della sua vita alla cura di un bene artistico abbandonato, ho visto una potente metafora di ciò che sentivo la necessità di raccontare: dopo la morte di Tommaso, prematura e improvvisa, Bella e perduta – nato inizialmente come un “viaggio in Italia” destinato a toccare altre tappe – è diventato un altro film, sposando fiaba e documentario, sogno e realtà.
Carditello è l’emblema della bellezza perduta e della lotta del singolo, dell’orfano che non si arrende a un meccanismo incancrenito di distruzione e disfacimento; e allo stesso tempo questa storia così radicata nella Storia del nostro Paese indaga un tema, quello del rapporto tra uomo e natura, mai così universale, a ogni latitudine». Pietro Marcello
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Il Club – Pablo Larrain (2015)

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IN LIMBO

“Ma quando si abita in una prigione senza sbarre, la cosa peggiore è che non si ha nemmeno coscienza degli schermi che ci nascondono l’orizzonte; erravo attraverso una fitta nebbia e la credevo trasparente. Delle cose che mi sfuggivano non intravvedevo nemmeno l’esistenza”. (Simone De Beauvoir)

Bisogna guardare Il club in lingua originale. Le parti parlate sono in realtà cantate come un salmo responsoriale, una litania. Continua a leggere